La Nuova Sardegna

L’intervista

Teresa De Sio: «Maria Carta è una fonte di ispirazione, non sono mai stata a Sanremo, adesso chissà...»

di Alessandro Pirina
Teresa De Sio: «Maria Carta è una fonte di ispirazione, non sono mai stata a Sanremo, adesso chissà...»

La cantautrice napoletana riceverà a Siligo il premio intitolato alla grande artista sarda

20 agosto 2023
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Travolgente, vulcanica, appassionata, libera. Così da sempre appare Teresa De Sio e nello stesso modo si manifesta anche per telefono. Parla della sua carriera, dei successi, dei grandi incontri, ma anche di qualche errore commesso quando era la “regina” degli stadi - la prima in Italia -. C’è anche spazio per un pizzico di commozione quando si parla dell’amico Fabrizio. De André, ovviamente. Ma ovviamente il discorso non può che partire dal Premio Maria Carta, assegnato ogni anno dalla Fondazione intitolata alla grande artista sarda, che le sarà consegnato il 3 settembre a Siligo.

Qual è il suo primo ricordo legato a Maria Carta?

«La ricordo in un programma tv. La ascoltai e sentii qualcosa di inusuale, mai sentito altrove. Io non conosco la lingua sarda, ma rimasi colpita dal suo modo di cantare così composto e allo stesso tempo ardito e forte. E anche dalla sua bellezza. Proprio in questi giorni stavo guardando “Il padrino” e c’è anche lei, perché era anche un’attrice».

L’ha mai incontrata?

«Purtroppo no».

Cosa ha rappresentato Maria Carta per la musica tradizionale popolare?

«Sicuramente è stata un punto di riferimento fortissimo per la musica tradizionale in genere, perché cantando la sua Sardegna ha rivalutato un patrimonio linguistico, contenutistico e storico. È stata fonte di ispirazione anche per me. Mutatis mutandis, chiaramente. Ma lo è stata per molte persone. Pensiamo alla eredità che ha lasciato, a una cantante strepitosa come Elena Ledda. Forse senza Maria non ci sarebbe stata Elena».

Cosa rappresenta per lei questo premio?

«Sono rimasta stupita. Io ne sono lusingatissima, perché sono molto legata alla Sardegna. Sono venuta molte volte sia per suonare che per amore della Sardegna stessa. Qui ho tanti amici scrittori, come Salvatore Niffoi».

In Italia la musica popolare ha la giusta considerazione?

«Dipende. Oggi le cose sono cambiate moltissimo. La nuova “wave” che avanza nella musica tiene molto poco in considerazione quella tradizionale. Ma per i moltissimi anni in cui ho militato nella sfera della musica popolare, prima napoletana poi pugliese, posso dire che era molto amata. Anche al di fuori del “regno delle due Sicilie”».

Come si è avvicinata alla musica?

«Ho avuto un nonno paterno che non era vedente ma suonava benissimo il pianoforte, la chitarra, la fisarmonica e il mandolino. Le prime musiche le ho suonate da bambina sulle sue ginocchia: tutta la melodia del Lago dei cigni. Nel frattempo mi innamorai della danza, dai 5 agli 11 anni ho frequentato una scuola di classica. E lì l’amore per la musica si è cementato ancora di più. Ma era un amore per il teatro in genere. Da bambina andavo al teatro Verdi di Salerno, prima delle lezioni mangiavo il panino di cui mia mamma mi aveva munito e stavo dietro le quinte, respiravo le tavole e pensavo: “ecco, qua devo stare”».

Negli anni ’80 portò la musica partenopea ai vertici della classifica e con Gigi Proietti e Heather Parisi condusse Fantastico: come visse quell’epoca?

«Purtroppo sì, quella è l’unica esperienza che rinnego, non era adatta a me. Ai tempi io ero la prima artista donna a riempire gli stadi con la musica dal vivo e per me andare a fare un programma fisso in tv era un abominio. Di sabato sera, poi: era contro la mia religione. Fu Pippo Baudo a propormelo e dissi no. Ma tutti i miei sodali, le persone di cui avevo più fiducia: “ma sei pazza? Non ti capiterà più”. Alla fine m’hanno convinto e mal me ne incolse. Fu una brutta esperienza e non mi chieda perché».

Nella sua carriera non c’è mai stato Sanremo.

«È stata una scelta per moltissimi anni, quando Sanremo era una cosa precisa. Ora è una accozzaglia di gente che va a cantare, non c’è più distinzione tra musica leggera e colta - se ancora esiste - e non escludo che potrei andarci. Tre anni fa ero nella giuria di Sanremo giovani».

L’ipotesi di fare qualcosa insieme a sua sorella Giuliana?

«Bisogna trovare la cosa giusta e per ora non l’abbiamo trovata. Il mio manager mi dice: se la trovate ci sono già 100 teatri pronti ad accogliervi».

Quanto l’ha segnata l’incontro con Brian Eno?

«Ci siamo divertiti moltissimo, siamo diventati amici e siamo rimasti amici. È l’unico al mondo con cui mi azzardo a parlare in inglese, perché si diverte tanto a sentire i miei strafalcioni. È una persona molto semplice pur essendo geniale. Una persona che si diverte a fare quello che fa, se no non avrebbe fatto due dischi con me».

C’è poi il capitolo De André.

«Che devo dire di Fabrizio? (si commuove, ndr). Quando ero bambina ricordo che mia madre e mio zio portarono a casa i primi dischi di Fabrizio. Si chiudevano in camera per non fare sentire a noi bambine le parolacce, “in via del Campo c’è una puttana”. E io sentivo in lontananza questa voce calda, pastosa. Perché la bellezza di Fabrizio, oltre le cose che ha scritto o hanno scritto per lui, era la sua voce. Le stesse cose cantate da altri non se le sarebbe filate nessuno».

Non più solo cantautrice ma anche scrittrice.

«È una storia bizzarra. Avevo scritto un breve racconto in una antologia per una piccola casa editrice salentina, che finì sul tavolo della Einaudi. Mi proposero di scrivere un romanzo e dissi no, non ho tempo. La direttrice Paola Gallo venne a Roma da Torino, insisteva e alla fine ho ceduto. A dicembre uscirà il terzo romanzo, per La Nave di Teseo, e ora inizio a scrivere il quarto».

Cosa è Napoli per lei?

«Napoli è tutto e il contrario di tutto. Tutto perché se non avessi iniziato la mia storia cantando in napoletano e cantando Napoli non avrei avuto tutto ciò che ho ricevuto: provo profonda gratitudine. Ma è anche una madre fagocitante, perché non appena ho provato a muovermi un po’ - Brian Eno, ma anche arabi, americani - è stato visto come un tradimento. Ma non si può chiedere a un artista di essere sempre la stessa cosa. Io ho uno spirito avventuristico, ho bisogno di aprire altre porte».

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