La Nuova Sardegna

L’intervista

Giuliana Sgrena: «La morte di Nicola Calipari è un altro dei grandi misteri italiani ma pochi ne parlano»

di Alessandro Pirina
Giuliana Sgrena: «La morte di Nicola Calipari è un altro dei grandi misteri italiani ma pochi ne parlano»

La giornalista ricorda il rapimento in Iraq e l’omicidio del numero 2 del Sismi dopo la liberazione. Sabato a Cagliari uno spettacolo a teatro

06 dicembre 2023
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Un giallo internazionale, ma prima di tutto un dramma. Un servitore dello Stato che muore per mettere in salvo una giornalista italiana rapita un mese prima dai fondamentalisti islamici. Ucciso da fuoco amico a meno di un chilometro dal traguardo. Una morte che 19 anni dopo è ancora senza un perché. “Il viaggio di Nicola Calipari” di e con Fabrizio Coniglio e con Valentina Beotti sarà messo in scena sabato al TsE di Is Mirrionis a Cagliari per Teatro senza quartiere. In sala ci sarà anche Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto che il 4 febbraio 2005 fu rapita dal Jihad islamico mentre si trovava a Baghdad per realizzare una serie di reportage per il suo giornale.

Giuliana, 19 anni dopo: qual è il suo sentimento verso ciò che successe il 4 marzo 2005?

«Devo dire che è un trauma della mia vita che non riesco a dimenticare. In questi 19 anni ho trovato un equilibrio per conviverci, ma quando ci ripenso mi sembra di tornare indietro nella mia vita, come fosse successo ieri. Purtroppo non posso farci niente, se non metterci l’impegno per raccontare quello che è successo. Soprattutto per ricordare Nicola Calipari, perché non si è mai saputo esattamente cosa successe quella sera. L’Italia ha rinunciato alla propria giurisdizione per giudicare chi ha sparato. Anche questo rientra tra i grandi misteri italiani, ma è quello di cui si parla meno».

Non esiste ancora una verità accertata su quanto successe quella sera. Che idea si è fatta?

«Il rilascio di un ostaggio è sempre complicato. I miei rapitori mi avevano promesso che mi avrebbero fatto tornare in Italia, ma mi dicevano anche che gli americani non volevano che tornassi viva. Ovviamente essendo loro anti-americani non diedi mai molto peso a queste parole. Ma dissero anche che avremmo dovuto evitare che ci fermassero per strada, perché se avessimo incrociato truppe Usa queste avrebbero aperto il fuoco, facendoci saltare per aria. Lasciando intendere che l’auto fosse carica di esplosivo. Insomma, era una situazione complicata, ma essendo per me un momento molto atteso non volevo pensare alle difficoltà».

Dove furono secondo lei le responsabilità?

«Vennero a prendermi. Nicola Calipari aprì lo sportello e cercò subito di rassicurarmi. “Sono amico di Pier e Gabriele”, mi disse riferendosi al mio compagno e al mio direttore. A un certo punto del viaggio l’autista, anche lui agente del Sismi, urlò: “ci attaccano, ci attaccano”. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, anche perché ci era stato detto che eravamo a soli 900 metri dall’aeroporto. Dunque, non potevano essere gli iracheni, ma perché gli americani, nostri alleati, ci attaccano? Questa domanda ho continuato a pormela anche dopo. Perché uccidere il numero due della sicurezza italiana? Uno dei motivi può essere stato che gli Usa erano contrari alla liberazione degli ostaggi. E anche all’interno del Sismi c’erano due posizioni: chi come Calipari sosteneva che si dovesse fare di tutto per liberare i cittadini italiani, chi aveva una posizione filo-Usa sul no a qualsiasi trattativa. Questo fu forse il motivo. A suffragare questa tesi c’è anche il fatto che quella sera Calipari, prima di avere l’indicazione esatta sul luogo in cui venirmi a prendere, ricevette una telefonata dall’Italia in cui gli fu indicato un altro punto. Il collega Andrea Carpami non si fidò, chiamò amici iracheni e gli dissero che in quel posto c’erano solo uomini armati. Era una trappola: Calipari sarebbe stato ucciso e io saltata per aria. Questa è l’unica motivazione a cui ho pensato».

Lo spettacolo di Fabrizio Coniglio è in scena da anni: cosa prova nel rivedere la sua storia?

«È un rivivere ogni volta quello che mi è successo. Questo è uno spettacolo che si basa solo su documenti e simula anche il processo che non si è mai riusciti a fare. È molto emozionante. Ripropone tutti gli interrogativi, il dolore del sequestro. Per me è un ritornare a quei giorni, ma penso sia importante fare conoscere quella pagina di storia italiana. Il grande merito di Fabrizio è quello di avere voluto affrontare questo tema e avere messo in scena questo dramma in modo corretto e preciso. Senza aggiungere niente. Anche perché non era necessario».

Lei ha conosciuto Nicola Calipari pochi minuti prima che morisse e le salvasse la vita: che idea si è fatta di questo servitore dello Stato?

«Non avevo grande conoscenze dei Servizi segreti. La mia generazione era ferma a quelli deviati. Con Calipari ho conosciuto una persona perbene, umana. È riuscito subito a farmi sentire protetta. E mi ha salvato la vita due volte. Prima mi ha liberata dai rapitori e poi con il suo corpo mi ha coperta dagli spari, altrimenti oggi non sarei qui. In lui c’era un sentimento, una solidarietà umana, un qualcosa di forte che solo una persona che si sente al servizio dello Stato, dei cittadini, può avere».

Inevitabile il senso di colpa per quanto successe. Chi e cosa l’ha aiutata a superarlo?

«Non ho sparato io a Nicola Calipari, ma risulta anche da una perizia psichiatrica che io ho la sindrome del sopravvissuto. Una persona ti salva la vita e poi non c’è più. Anche molti suoi colleghi che durante il rapimento furono solidali, quando tornai dissero che me l’ero andata cercare. Un grande aiuto per affrontare questa situazione mi è arrivato dalla moglie Rosa Villecco, perché mi disse che lui faceva il suo lavoro, era addestrato per quello e lo ha fatto fino in fondo. Nonostante il suo grande dolore ha saputo essermi di aiuto: non mi ha mai accusata della morte di suo marito».

Dopo il rapimento lei è tornata più volte in Iraq. Oggi il Paese, diciassette anni dopo Saddam Hussein, come si presenta?

«La situazione è tremenda. L’intervento occidentale ha aumentato la corruzione, e anche la divisione etnica e confessionale. Saddam era un dittatore, ma un dittatore laico. Dopo la sua caduta c’è stata una pulizia etnica. Ora tutti i partiti, eccetto quello curdo, sono religiosi più o meno radicali. È un Paese sotto la totale influenza iraniana. È un Paese che non riesce a essere governato. Ci sono una corruzione devastante e grande instabilità. C’era stato quel movimento della Rivoluzione d’ottobre che fu molto interessante, fatto soprattutto di giovani. Purtroppo il Covid ha bloccato tutto e il movimento si è spento».

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