La Nuova Sardegna

Cinema e musica

Primo ciak per il docufilm su Fabrizio De Andrè

di Mario Frongia

	Da sinistra Leonardo Metalli, Cristiano De Andrè e Mario Rosati
Da sinistra Leonardo Metalli, Cristiano De Andrè e Mario Rosati

Leonardo Metalli è impegnato nell’isola per la Rai tra i luoghi del cantautore

09 giugno 2024
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«Dolcenera? Poesia portentosa, feroce e affascinante. Amore, solitudine e alluvione assieme, un testo che marchia. Una delle ragioni che mi hanno portato all’idea del docufilm su Fabrizio De André». Leonardo Metalli e un canovaccio che sa di buon giornalismo televisivo: Faber e la sua Sardegna, note, suoni e colori. Metrica e parole che catturano. Maestrale, sole e umido, cornice naturale di brani e testi senza tempo. Tra scorci e volti isolani, genovesi, internazionali. «Sequestro e prigionia sono stati già raccontati. Mi interessano i sorrisi e le scelte, coraggiose e felici, di Fabrizio. Sapeva di essere a rischio, lui e i suoi cari, ma non è andato via. Ha continuato a sentirsi libero e rispettato in una terra che ha amato».

Inviato Rai, caporedattore cultura al Tg1, Metalli è conduttore e autore di documentari, trasmissioni con Renzo Arbore, reportage dagli Usa. Adesso, luce su un De Andrè ironico e graffiante. Tra il verde dell’Agnata, i graniti di Tempio, i venti di Arzachena. Il primo ciak è della scorsa settimana. Al resort Chia laguna l’incontro con Vincenzo Bono, generale di brigata in congedo, già comandante provinciale dei carabinieri a Nuoro: «Un ufficiale tutto d’un pezzo, mi ha aiutato a capire dinamiche e sfumature delle realtà barbaricine». Qual è il taglio narrativo del docu-film? «Testimonianze inedite sull’autore di Boccadirosa, La guerra di Piero, La Buona novella, Carlo Martello, Geordie. Metriche, composte con quell’altro genio di Paolo Villaggio, dall’enorme forza umorale e visiva».

Leonardo, perché inquadra De André? «Ci arrivo dopo aver fatto Lucio Dalla, folletto e voce di amori e ambizioni. Le interviste di Gianni Minà in Eravamo io, Fidel, Ali e Maradona sino a Luciano Pavarotti e i suoi aspetti meno noti». Faber, dunque. «Fenomeno della musica d’autore. Paroliere visionario, illuminato, concreto. La sua storia meno nota può farci crescere. Fabrizio scriveva canzoni sugli ultimi di una società egoista, bigotta e ottusa. L’ha fatto senza sconti». Quali sono le anticipazioni? «Sento quotidianamente Dori Ghezzi, una miniera di posture e ricordi che mostrano un De André speciale. A Portobello, prima residenza sarda di Faber, ho incontrato il figlio Cristiano. Ho parlato con testimoni e amici, come l’imprenditore Tino Demuro, che lo hanno frequentato. Sento che sarà un puzzle completo e diverso».

Musica, luoghi, scherzi. Ma anche paure e dubbi. «Ho in mente un viaggio ben ritmato, senza omissioni». Cosa l’ha sorpresa maggiormente? «La sua fenomenale semplicità. Fabrizio era taciturno, difficile da prendere. Ma dei galluresi aveva un concetto elevato, si fidava, lo si trovava a cena un po’ ovunque». Aveva cementato amicizie solide, era alla mano. «Sì, andava al panificio, al bar, incrociava artigiani, falegnami, pescatori. Chiuso e gioviale, quasi un ossimoro, faceva tanti scherzi, specie con Walter Chiari e Ugo Tognazzi. Mi dicono che spesso, dopo gli spuntini prendeva la chitarra e cantava. Pensate che spettacolo!».

Il docufilm, in autunno su Rai1, ha una pagina doc? «Se uno scrive “Nera come la sfortuna che si fa la tana, dove non c'è luna, luna” hai voglia a sorprenderti. Rimani incantato e sbigottito. Devi fermarti e riflettere. Fabrizio De André è stato e sarà un gigante di oggi e domani».

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