La Nuova Sardegna

L'intervista

Barbara Serra: «La ricerca su mio nonno fascista più utile per capire il presente che il passato»

di Alessandro Pirina
Barbara Serra: «La ricerca su mio nonno fascista più utile per capire il presente che il passato»

La giornalista di Sky News UK a Saccargia al festival Liquida per presentare il suo libro

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A Liquida ritorna Barbara Serra. Oggi, 26 luglio, alle 22 - prima di lei dalle 20 sul palco di fianco alla basilica di Saccargia si avvicenderanno Susi Ronchi e Valeria Palumbo con Simonetta Selloni, Natascha Lusenti con Francesca Fantato - la giornalista di origine sarda, un tempo Al Jazeera, oggi volto di Sky News UK, presenterà il suo libro “Fascismo in famiglia” (Garzanti), in cui ricostruisce, attraverso documenti d'archivio, fotografie e testimonianze, la storia di Vitale Piga, suo nonno: eroe di guerra, prima sardista, poi collaboratore del regime e podestà di Iglesias e Carbonia. Con Serra dialogherà Alberto Urgu.

Barbara, una lettera da Berlino la porta a indagare su chi era suo nonno: cosa ha provato in quel momento?
«Ovviamente non capivo le parole in tedesco, ma la svastica e l’inequivocabile “Heil Hitler” sono stati un pugno nello stomaco. Ero sorpresa perché ho sempre pensato che la Sardegna avesse conosciuto il fascismo ma non il nazismo. In quella lettera, invece, nero su bianco c’era l’unione tra i due».

Sapere chi era suo nonno è stata una necessità?
«Non la definirei una necessità. Io sono abbastanza italiana per avere questa storia in famiglia, ma allo stesso tempo sono straniera per vederla con occhi diversi. Io ho lasciato l’Italia a 8 anni, nel 1983. Sono sicura che se fossi cresciuta a Carbonia, o anche a Cagliari, il fatto che mio nonno fosse stato podestà avrebbe in qualche modo influito sulla mia vita. Ma a me questo non è mai successo. Sono cresciuta in un contesto diverso. Ecco perché non è stata una necessità, ma un lavoro da giornalista internazionale. Trovavo pazzesco avere una storia familiare simile in questo momento storico. Sarebbe stato uno spreco non usarla, ma più per capire il presente che il passato».

È stato difficile fare una ricerca storica?
«È stato molto frustrante, e continua a esserlo. Ho avuto l’aiuto di tante persone, dell’archivio di Carbonia, di quello di Cagliari. Ma un lavoro storico è sempre un puzzle incompleto. Spunteranno altri pezzi che io non sono riuscita a trovare».

Al termine della ricerca qual è il suo giudizio su suo nonno?
«Era sicuramente uno che teneva alla Sardegna. Lui non rimane sardista per aderire al fascismo, ma credo che la radice sardista ci sia sempre stata. Ma altrettanto non ho dubbi che fosse fedele al fascismo, che pensasse che il regime fosse la maniera giusta per governare l’Italia. Il bilancio? Vedo del pragmatismo ma anche elementi di fanatismo verso il fascismo. Questa è l’immagine che ho di lui».

Come ha reagito la sua famiglia alla sua ricerca?
«Le persone chiave sono tutte morte. Mio nonno era del 1895, è morto quando avevo due mesi. Anche mio padre e i miei zii se ne sono andati negli ultimi dieci anni. Sarebbe stato molto difficile scriverlo con loro in vita. Non credo mi avrebbero detto di non farlo, ma credo mi avrebbero ribadito che non sapevo cosa significasse vivere in quel tempo. Forse avrebbero avuto ragione, e lo tengo presente. Ma è tutta la mia carriera da giornalista che mi confronto con contesti che non mi appartengono».

Se avesse davanti suo nonno cosa vorrebbe chiedergli?
«Gli chiederei cosa ha provato quando ha saputo quello che era accaduto in Germania. Ma soprattutto vorrei domandargli quando durante il fascismo ha iniziato ad avere dei dubbi. Due mesi prima delle leggi razziali Guido Segre, il capo della squadra che aveva creato Carbonia, viene allontanato. Una palese totale ingiustizia. Mio nonno, ai tempi podestà, non poteva non sapere. Ecco, gli vorrei chiedere: “Cosa hai pensato in quel momento?».
 

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