La Nuova Sardegna

L’intervista

Tullio De Piscopo ad Alghero: «Sul palco i colori della mia musica. Geolier? Un fenomeno incredibile»

di Paolo Ardovino
Tullio De Piscopo batterista e percussionista
Tullio De Piscopo batterista e percussionista

Il batterista: «Che ricordi a cena con Zola quando giocava nel Napoli»

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L’entusiasmo per la musica, anzi meglio, per fare musica, non lo abbandona mai. Tullio De Piscopo è il batterista per antonomasia. E venerdì 22 agosto si racconterà in musica con la tappa algherese a Lo Quarter del tour “I colori della musica” in occasione di Jazzalguer.

Quali sono i colori della sua musica?

«Il blu del blues, il rosso del tango del grande Astor Piazzolla, con cui ho registrato “Libertango”, dieci Lp, ci ho suonato in tour, nel disco “Summit” con Gerry Mulligan. E poi l’arcobaleno del mio fratello in blues, Pino Daniele. Il verde speranza, di quando ero giovanissimo e partivo al nord verso la musica... sarà uno spettacolo pieno di entusiasmo, di musica e di amore».

Due anni fa il suo concerto al golf club di Puntaldia fu epico: a partire dall’arrivo a sorpresa sopra una golfcar.

«Ero preoccupato perché il sole cuoceva, quando sono uscito dalla stanza di albergo ho visto quella macchinetta e ho chiesto di potermi accompagnare (ride, ndr). Anche io porto un bel ricordo di quel giorno, soprattutto perché poi tra il pubblico c'era Gianfranco Zola e ci siamo rincontrati. Abbiamo passato dei periodi bellissimi quando giocava nel Napoli. Capitava molto spesso di andare a cena con i calciatori».

Usciamo un attimo dalla musica, le piace questa Napoli di oggi? Tanto desiderata dai turisti e sempre al centro dell'attenzione.

«Napoli è incredibile, ora praticamente non si riesce neanche a camminare da quanta gente c'è. L'unica pecca, ecco, è che adesso se devi andare al ristorante ti basta camminare per le strade, sentire l'odore di fritto e praticamente hai già mangiato! Però fa tutto bene a Napoli, che ha misteri da recitare, musei, tanta cultura».

Le piace Geolier?

«Beh è un fenomeno incredibile. Questo ragazzo riempie lo stadio Maradona, e non è poco. La cosa più bella è che, rispetto ad altri nuovi artisti napoletani che da Caserta in poi nessuno conosce, lui riesce a fare successo al nord. Forse anche più di quanto ne faccia al sud».

L'ostinazione a cantare in napoletano abbatte le barriere della comprensione.

«Il maestro rimane Pino. Quello che veramente ha dato la svolta, con il Naples power. Al tempo lui, io, gli altri musicisti della band, non eravamo consapevoli di creare la storia. Suonavamo e stavamo bene assieme. Tutto qui. La nostra casa era il pullman e il nostro codice era la musica. Tutti i giorni arrivavamo sul posto del concerto, salivamo sul palco alle cinque per le prove e ci rimanevamo fino alle nove meno venti. Poi si iniziava...».

Davvero non sapevate di aver aperto una breccia nella musica italiana?

«No, davvero, ce ne siamo accorti solo dopo anni, facendo il confronto tra ciò che c’era prima e ciò che abbiamo costruito noi».

Siamo a dieci anni dalla morte di Pino Daniele, le avranno chiesto tanti commenti. Le chiedo giusto qualche canzone che più di altre porta nel cuore.

«Pino è con me ogni giorno. I suoi brani sono tutti straordinari. Sono legato a “Sulo pe' parlà”, “Bella 'mbriana”, “Yes I know my way”, “I got the blues”, “Viento 'e terra”».

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