La Nuova Sardegna

L’intervista

Michela Andreozzi si racconta tra cinema e vita privata

di Clarissa Domenicucci
Michela Andreozzi si racconta tra cinema e vita privata

L’attrice: «Gianni Boncompagni è stato il primo a credere in me»

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Il primo ad accorgersi della sua poliedricità e a raccomandarle di custodirla preziosamente è stato Gianni Boncompagni, che lei definisce “il migliore amico della gioventù”. Negli anni’ 90 Michela Andreozzi è giovanissima. Studia recitazione al Teatro Argentina di Roma e frequenta il Dams; intanto lavora nelle redazioni di Domenica In e dal ’93 al ’95 a Non è la Rai. La gavetta inizia come autrice di gobbi, ma Boncompagni la osserva attento e si accorge che Michela ha talento, sia sul palco che dietro la telecamera, nella scrittura, oltre ad avere una bella voce. “Hai qualcosina da tirare fuori tu, ma non mollare lo studio e il dietro le quinte”, le raccomanda prima di affidarle il doppiaggio dei brani cantati da 7 ragazze del cast. «E mi fece iscrivere alla Siae. Lui fu il primo a capire che ero un essere anfibio. Aveva attenzionato me, Claudia Gerini, Lucia Ocone, Sabrina Impacciatore… Forse non ero proprio una schiappa», chiosa lei, splendida 56enne orgogliosa di festeggiare quest’anno i suoi primi 40 anni di contributi versati all’Empals. «Iniziai ai tempi della scuola con le figurazioni», ricorda, «mi domandavano: che vuoi fare nella vita? Questo o quello? Deciditi! Eppure non me la sentivo di scegliere tra il palco e il dietro le quinte, a me interessavano entrambi e ho continuato a portare avanti tutto, non ho mollato, fino a quando questa forma multitasking è diventata la normalità. Sono fiera della mia natura multipla», afferma in una calda mattina di agosto. Siamo a Roma, sono le 8.45 del mattino. «Mi sente bene? Sono in vivavoce, vado al parco con Renato. Io inseguo l’ombra e lui cerca fontane per tuffarcisi dentro - anche se non si dovrebbe dire - e ci godiamo questa meravigliosa Roma deserta. O Dio, aspetti che non mi parte la macchina… Stamattina è peggio del solito, la richiamo». Autrice, attrice e regista; artista poliedrica nata a Roma nel 1969, Michela Andreozzi ha fatto del multitasking uno stile di vita e dei temi che le stanno più a cuore il segreto del suo successo. Al cinema, in teatro e in tv. L’auto riparte e lei ci richiama. «Avere il cane ti insegna a condividere gentilmente il pianeta con gli altri perché ti costringe ad interagire con persone che piacciono a lui e non è detto piacciano anche a te».

Intende i proprietari degli altri cani?

«Certo, io mi fermo a parlare con i genitori degli amici di Renato e a volte scopro di avere un’empatia con persone che magari avrei evitato. La si può pensare agli antipodi senza per forza dover litigare al semaforo ed è un po' quello che intendo dire quando nel film racconto Musella, il nemico della porta accanto col quale sei costretto a convivere».

Unicorni, l’ultimo film di cui è autrice, regista e interprete (in perfetto stile Andreozzi), è un inno all’inclusività ed è stato scelto per aprire a luglio il 55° Giffoni Film Festival. È la storia del piccolo Blu (interpretato da Daniele Scardini al debutto su grande schermo) e della sua famiglia, che si trova a dover fare i conti con la fluidità del figlio di 9 anni. Blu ama giocare con le bambole e indossare vestiti da bimba, e i genitori (Valentina Lodovini ed Edoardo Pesce) gli permettono di esprimersi pienamente tra le mura di casa, ma quando il bambino chiede di partecipare alla recita scolastica indossando il costume da Sirenetta, allora vanno in crisi.

Escluso Blu, a quale personaggio del film si sente più legata e perché.

«Lucio, il padre interpretato da Edoardo Pesce, un uomo che pensa di essere un supereroe dei diritti umani e invece si scopre inadeguato - emotivamente - proprio dentro casa sua. Il suo opposto è Manlio l’infermiere, altro personaggio facile da amare perché lui, nonostante la sua ignoranza culturale, arriva con l’istinto a comprendere le situazioni e le affronta di pancia, libero da sovrastrutture».

È un’estate importante per lei. Il film in sala, l’apertura del Giffoni ed è già al montaggio del prossimo.

«Al Giffoni mi sono goduta ogni secondo, avevo voglia di condividere il lavoro fatto e sa cosa ho capito incontrando tutti quei bambini e quei ragazzi in sala? Che i ragazzi stanno avanti anni luce a noi, per loro il problema del genere è già risolto; Unicorni è un film di cui hanno più bisogno gli adulti».

Tra le tematiche che le stanno più a cuore c’è quello della maternità: lo ha affrontato nel primo film da regista, Nove lune e mezza, e nel suo primo libro, Non me lo chiedete più, il cui titolo si riferisce all'infinito numero di volte che le hanno chiesto quando avrebbe avuto un figlio. È una paladina della child freedom.

«Rivendico il valore dell’egoismo, se tutti fossero liberi di vivere la propria natura egoistica per tempo non avremmo genitori egoisti e figli soli. Banalmente credo che le donne abbiano cominciato finalmente ad ascoltare i propri desideri e non quelli degli altri».

Cosa ha capito fin qui dell’amore?

«Che se ti innamori della vita allora puoi sperare in uno scambio con altri esseri umani, perché la felicità ha poco a che fare con l’altro. Bisogna sentirsi a proprio agio con sé stessi e solo dopo si può pensare di star bene in due. Ho capito che bisogna ascoltarsi, riconoscere i propri bisogni; faccio parte di una generazione che ancora confonde il concetto di coppia con quello della realizzazione sentimentale».

È innamorata?

(sposata due volte; l’ultima con Massimiliano Vado, attore, in Campidoglio nel 2015 il giorno del Wedding Day, quando sono state approvate le unioni civili).
«Posso dire che innamorarsi a 50 anni e rotti è una cosa piuttosto carina che regala la sua soddisfazione».

Ha diretto Brave Ragazze, Genitori vs Influencer, l'episodio 100 anni di bellezza del film collettivo per celebrare il centesimo anniversario dell'Istituto Luce e la commedia Pensati Sexy, con Diana Del Bufalo e la sua voce interiore Valentina Nappi). Michela sta lavorando al sequel, Ancora più Sexy, che uscirà nei primi mesi del 2026. «In questi giorni sono al montaggio. È un progetto divertente, speriamo di farne una serie di gran fortuna come Bridget Jones». Mentre valuta le opzioni per il prossimo inverno, è certa di iniziare l’autunno in teatro, al Manzoni di Roma, dove porterà in scena Tutta da aggiustare, uno spettacolo che affronta tra i diversi temi anche quello della salute mentale.

Perché “tutta da aggiustare”?

«Perché oggi diamo un’etichetta a tutto, invece noi siamo cresciuti senza diagnosi; al massimo ti trovavano la scoliosi e ti mettevano il busto. Nello spettacolo mi chiedo: avevamo anche prima la Dhd e non lo sapevamo? Trent’anni fa mi avrebbero trovato una semi celiachia, un’intolleranza al lattosio o una qualche forma depressiva? Penso di sì, un tempo di ignorava e oggi tendiamo a patologizzare. Una via di mezzo, no?».

Estate 2025: a chi scrive il suo messaggio nella bottiglia?

«A uno sconosciuto per dirgli che ce la può fare, stiamo tutti combattendo una battaglia».

Nel 2023 con i suoi monologhi è stata presenza fissa a Belve di Francesca Fagnani.

«Una bella esperienza. È stato fantastico fare amicizia con Francesca e sono entusiasta di aver finalmente i miei monologhi indicizzati su una piattaforma, Rai Play».

«Un lavoro di ascolto, visione e cuore». Così ha definito il lavoro di sua sorella Valeria, che ha curato le coreografie di Unicorni e con la quale collabora in tutti i suoi progetti. La famiglia entra spesso nei suoi testi, si percepisce un legame importante con i nipoti e con i suoi fratelli (Valeria e Lucio, che è “l’ago della bilancia, come tutti i secondi figli”).

«La famiglia è al centro della mia vita e il rapporto che ho con i miei nipoti mi permette di entrare nel mondo dei giovanissimi con un ruolo di spettatore partecipe che non prevede però responsabilità dirette, non è male. Io e Valeria siamo unite e diversissime: io ambiziosa e lei idealista, io più fredda e diplomatica, lei accudente e diretta. È un confronto continuo stimolante, io sono in cerca dello scambio, i rapporti simbiotici mi spaventano perché non li reputo genuini».

Michela, da cosa dipende la felicità?

«Nel mio caso da quanto emotivamente so affrontare la vita». 

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