La Nuova Sardegna

L’intervista

Walter Siti: «I giovani di oggi non vanno protetti»

di Paolo Ardovino
Walter Siti: «I giovani di oggi non vanno protetti»

Lo scrittore e intellettuale ospite del “Forum literary lab” a Fordongianus

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Nel bel mezzo dei tre giorni di presentazioni ed eventi, il festival “Forum literary lab” ospita oggi a Fordongianus Walter Siti. In dialogo con Bruno Pischedda, il grande critico, scrittore e intellettuale parlerà del suo ultimo romanzo “I figli sono finiti” (Rizzoli).

Il libro suggerisce delle riflessioni sulle nuove generazioni. A distanza di un anno dall’uscita, lo sguardo è cambiato?

«Si è approfondito, nel frattempo ho accettato di scrivere un librettino che uscirà il 16 settembre, proprio sulla generazione Z. Ero partito con l’idea di approfondire una cosa di cui si parla molto, specie negli Stati uniti, e cioè la fragilità di questa generazione. Tutto questo bisogno di non essere offesi e traumatizzati, nelle università americane sono nati spazi sicuri appositi, mi sembrava una cosa un po’ buffa. Mi chiedevo da dove viene questa esigenza di proteggere, questa eccessiva preoccupazione di non traumatizzare. Mi viene in mente che nel ’68 uscì un libro di Elsa Morante, “Il mondo salvato dai ragazzini”. Adesso la situazione sembra al contrario, bisogna salvare i ragazzini dal mondo».

E cos’ha capito in più?

«Nel frattempo è arrivato il ciclone Trump, e nelle università ci arriva la polizia. E in un certo senso, meglio dei ragazzi fragili che come il vuole Trump e JD Vance. Ho riflettuto sull’Occidente, ho chiesto ai ragazzi chi di loro andrebbe a combattere. Quasi sempre la risposta è “assolutamente no”. Mi è venuto in mente, rispetto al mio personaggio del romanzo molto affascinato dalla tecnologia, che è un’idea che viene confermata. E come questo interesse tecnologico sia un modo per scappare in un posto diverso dal mondo come si presenta. C’è, in queste generazioni, grande voglia di essere da un’altra parte. Ma è un discorso molto legato alla geopolitica».

Perché?

«Ho provato a vedere dove c’è questa maggiore fragilità, ed è in Occidente, ma anche in parte in Cina, lì dove c’è benessere. I ragazzi dei Paesi africani, o in Medioriente, invece sono disposti a tutto per migliorarsi la vita, vanno facilmente in piazza. Quindi, sì, più aumenta il benessere e più i giovani si ritirano».

Quanto vede ampia la forbice tra giovani e adulti? E chi fa uno sforzo per ridurla?

«Forse è la prima volta che su alcuni settori chi ha 20 anni ne sa di più di chi ne ha 40. Ho l’impressione che si pensi di saperne di più anche sul piano morale. Spesso sento i ragazzi dire alla madre o al padre “guarda che quella cosa che hai detto è razzista”, o “quella parola è escludente”. Hanno l’idea di essere entrati in un mondo di saperi diversi dove sono gli adulti a dover essere educati. L’adulto tende a proteggere, il giovane invece chiede: “Cosa mi insegni di positivo?”. Ho l’impressione che quelli che cercano di fare qualche passo in più siano gli adulti, ma sono sbagliati. Offrono ai giovani una cosa che non gli si sta richiedendo, cioè la sicurezza. I ragazzi vorrebbero delle direttive. Ho avuto come maestro Franco Fortini, che ricordava un contadino ai tempi della rivoluzione sovietica che si fece scrivere una lettera da indirizzare a Lenin per chiedergli: “Di cosa bisogna vivere e per cosa bisogna morire?”. Una domanda bellissima. Penso che i giovani continuerebbero a chiederlo, ma gli adulti non lo sanno più».

Però c’è anche chi sostiene che oggi le grandi figure a cui appellarsi e, mi permetta, gli intellettuali alla Pasolini, non servano.

«Nel ’68 avevo 21 anni e all’epoca i giovani volevano rovesciare le figure di autorità, in famiglia, a scuola. Adesso con l’avanzamento tecnologico è abolita qualsiasi intermediazione. Se voglio chiedere una cosa, vado su Google o Chatgpt. Si può fare tutto da soli. Mi domando se aver fatto saltare tutte le figure di autorità sia stato realmente positivo, ho l’impressione che adesso ci sarebbe bisogno di dire “Ma io chi posso ascoltare?”. E mi sembra che quelli che comandano arrivino a diventare ridicoli, o creino solo fanatismo. Poi penso a questa moda molto occidentale dei guru. Quelli orientali sarebbero veri maestri ma serve dedicarsi per anni, invece ho l’impressione che sia tutto troppo fai da te».

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