Will Byers, il ragazzo fragile di Stranger Things diventa l’eroe della serie – SPOILER ALERT
Il coming out del penultimo episodio lo lega al suo interprete Noah Schnapp – SPOILER ALERT
Dopo cinque stagioni trascorse tra bullismo scolastico, incomprensioni familiari e inseguimenti da parte di forze oscure provenienti da dimensioni parallele, Stranger Things consegna a Will Byers il riconoscimento che il personaggio meritava fin dall’inizio. Il ragazzo sensibile dal caschetto inconfondibile non solo prende piena coscienza di sé, ma diventa, a tutti gli effetti, uno degli eroi della storia.
SPOILER ALERT (Consigliamo di andare avanti con la lettura solo se avete già finito di vedere la serie)
Il momento non coincide soltanto con la spettacolare sequenza in cui Will scopre di poter usare i propri poteri telecinetici contro i mostri che minacciano i suoi amici. La vera svolta arriva poco dopo, quando il personaggio decide di fare ciò che la serie ha preparato con pazienza per cinque stagioni: dire alla sua famiglia e agli amici di essere gay. Un discorso lungo e carico di tensione emotiva, che attraversa molti dei temi tipici del coming out, dal timore di perdere l’affetto dei propri cari alla necessità di smettere di nascondersi. Quando Will pronuncia finalmente le parole “Non mi piacciono le ragazze”, la serie si concede una pausa di respiro collettiva.
L’interpretazione di Noah Schnapp, gay anche nella vita reale, restituisce con grande efficacia la trasformazione del personaggio: nei pochi istanti successivi alla rivelazione, Will sembra letteralmente crescere, come se un peso invisibile fosse stato rimosso. L’accoglienza affettuosa della famiglia non sorprende, anche considerando che Joyce, la madre, è interpretata da un’icona queer come Winona Ryder, ma assume un valore ancora più significativo se collocata nell’America degli anni Ottanta in cui è ambientata la serie.
Il messaggio è limpido: Will può diventare davvero “Will the Wizard”, “Will il saggio” solo dopo aver accettato pienamente la propria identità. Un percorso che la serie intreccia anche grazie alla presenza di Robin, amica più grande e lesbica dichiarata, che lo accompagna verso questa consapevolezza. Tutti quei sottotesti presenti nel cinema e nei fumetti degli anni Ottanta, dove gli outsider erano spesso metafore di esclusione e discriminazione, diventano finalmente testo esplicito. Stranger Things, che si è sempre nutrita dell’immaginario di opere come Stand by Me, It o I Goonies, compie qui un passo ulteriore: non si limita a citare, ma riscrive.
Il risultato è uno dei ritratti più significativi di personaggio Lgbtq+ mai apparsi in una serie mainstream: un ragazzo che trasforma il trauma in forza, la diversità in superpotere. È una scelta coerente con l’impostazione narrativa dei fratelli Duffer, che fin dall’inizio hanno utilizzato l’estetica nostalgica per affrontare temi rimasti ai margini nei prodotti originali a cui si ispiravano.
Accade con Undici, che cerca di guarire dagli abusi subiti in laboratorio mentre impara a vivere l’adolescenza; con Max, che rivendica relazioni paritarie; con Steve, ex bullo alle prese con una ridefinizione della mascolinità lontana dai modelli tossici. E accade soprattutto nel legame tra Will, Dustin, Mike e Lucas: un’amicizia che non si limita alle strategie di battaglia, ma affronta apertamente dolore, lutto e fragilità emotiva. In un gruppo capace di sopravvivere a demogorgoni, spie sovietiche e all’ostilità dell’esercito statunitense, un coming out non può che essere accolto come un fatto naturale.
Nel confronto finale con Vecna, antagonista che usa le paure delle vittime come arma, Will si trova di fronte a una visione di rifiuto legata alla propria omosessualità. Vecna lo definisce “debole”, ma la serie ribalta definitivamente questa accusa mostrando un Will capace di affrontarlo a testa alta, senza esitazioni. La fragilità diventa forza, la diversità si trasforma in potenza narrativa.
L’epilogo, ambientato nel 1990, mostra Will ormai adulto, a New York, intento a conversare con un uomo in un bar gay, lontano dal caschetto e dai fantasmi di Hawkins. È un’immagine carica di possibilità: una vita fatta di cultura, libertà, attivismo e nuove battaglie, questa volta contro mostri meno soprannaturali ma non meno reali.
Con questo finale, Stranger Things chiude il cerchio e consegna alla cultura pop un’eredità chiara: per essere eroi, talvolta, basta smettere di nascondersi.
