La Nuova Sardegna

L’intervista

«Ero una sua fan, mi innamorai di lui»: Valentina Casalena racconta Parodi a vent’anni dalla scomparsa

di Paolo Ardovino
«Ero una sua fan, mi innamorai di lui»: Valentina Casalena racconta Parodi a vent’anni dalla scomparsa

L’artista e la persona, la scelta del sardo, “No potho reposare”, De André

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Mi dia un’immagine che definisca Andrea Parodi. «Uno sciamano». Non di quelli che parlano poco e in modo enigmatico. «Parlava, parlava tanto e con tutti, gli piaceva stare tra la gente». Sono passati vent’anni dalla morte di Andrea Parodi. Ieri 18 settembre era l’anniversario del matrimonio con Valentina Casalena, nel 1999 a Osidda. Lei guida la Fondazione che porta il nome di una delle voci più rappresentative della Sardegna. E la sua è una favola, quella dell’adolescente che vede in tv un cantante, fa di tutto per vederlo e se ne innamora, diventando la sua compagna di vita. Marchigiana, ha sposato anche l’isola e ormai vive a Flumini di Quartu, «nella casa che avevamo scelto con Andrea».

A ottobre torna il Premio Parodi, giunto alla 19esima edizione.

«Nacque in maniera spontanea, subito dopo che Andrea se n’era andato. Io, i figli e i collaboratori abbiamo avuto quest’idea per ricordarlo non solo in maniera museale, celebrativa, ma dando voce ad altre voci. La prima edizione fu nel 2008 in forma di festival».

Negli anni il concorso ha attirato artisti internazionali.

«Negli anni abbiamo avuto proposte per spostare il premio, per esempio a Roma, ma noi vogliamo che sia il resto del mondo a dover venire per godersi tre giorni a Cagliari».

Perché avete scelto Paolo Fresu per il premio speciale di questa edizione?

«L’idea c’era da tempo. Esserci riusciti quest’anno è un segno, la serata finale cade esattamente nel ventesimo anniversario della morte di Andrea, il 17 ottobre. Un giorno che per me ha grande importanza».

La figura di Andrea Parodi è circondata da un’aura particolare, secondo lei perché?

«Perché è uno vero. Molti artisti lo sono, altri no, lui ha sempre espresso quello che era. Capisco che affascini, nel bene e nel male».

Nel male?

«Era criticato per quanto parlasse durante i concerti. Ma era se stesso: che fosse sul palco o a casa mentre cucinava, aveva sempre quella parlantina. Poi ha usato il canto non scientificamente».

Era un talento naturale?

«Sì, diceva proprio di essere nato per cantare. Era il suo modo di vivere anche quando era insegnante di astronomia e navigazione all’istituto Nautico, a Porto Torres. Durante una navigazione ha cominciato a cantare, le reazioni erano incredule. Ha capito che era ciò che voleva fare».

Quella è stata la sua svolta?

«Beh da lì è finito in una cantina di Porto Torres, c’erano Andrea Poddighe e Ginetto Marielli. Chiese di fare un provino, l’hanno visto magro e scapestrato e hanno detto “vediamo”. Da quella cantina non l’hanno fatto più uscire».

Marielli di recente ha raccontato che all’inizio dei Tazenda erano convinti di fare musica in inglese. Poi?

«Vero, esistono dei dischi dove Andrea cantava in inglese. Ma spinse per il sardo».

Perché?

«Quando era piccolo, a Savona, era affascinato dalla madre che cantava in sardo per casa. E poi Maria Carta: la vedeva in televisione e lo ha segnato. Agli inizi diceva che con il sardo sarebbero stati un gruppo più internazionale che con l’inglese. Ma dal Coro degli Angeli la presero male e lo allontanarono».

Un brutto colpo.

«Un bivio: o tornava a pescare o continuava con la musica. Andò a Sanremo, ma come produttore, e lì incontrò Mara Maionchi. Gli disse “ma cosa ci fai come produttore? Tu devi cantare”. Tornò e creò il trio con Gino e Gigi Camedda».

Valentina, secondo me ha perso il conto delle persone convinte che “No potho reposare” sia una canzone di Andrea Parodi.

«Un po’. Era già famosa nel mondo, lui è riuscito a portarla al grande pubblico e farla amare da chi non l’avrebbe mai ascoltata».

Jovanotti a Olbia, ad agosto, lo ha omaggiato cantando proprio questo brano.

«Mi ha fatto molto piacere. Dicono che sia una canzone antica, in realtà è ancora giovanissima, diventerà un classico. Una poesia scritta da un avvocato di Sarule (Salvatore Sini, ndr) che Andrea sentiva in tv dall’unica versione che girava, quella di Maria Carta».

Quando avvenne il vostro primo incontro?

«L’ho conosciuto prima che lui conoscesse me. Avevo 15 anni, vidi i Tazenda a Sanremo con Bertoli in tv e rimasi folgorata».

Da cosa?

«Sono marchigiana, non conoscevo la lingua in cui cantava, pensavo fosse spagnolo. Da “Tv Sorrisi e Canzoni” scoprii la loro storia e che esisteva una cultura sarda di cui non avevo minimamente idea fino a quel momento. Così ho iniziato a sognare di venire a vivere in Sardegna e di vedere loro in concerto. Ma ero piccola, senza soldi e lontana. Era impossibile».

E invece.

«L’anno dopo vennero al Festivalbar ad Ascoli, era il 1992. Sono andata da presto con tanto di striscione, me lo autografarono. Gli anni successivi li ho ritrovati al Musicultura a Recanati e poi sono venuta in Sardegna a trovarli. Ed è nata la nostra relazione».

Un doppio innamoramento, Parodi e l’isola.

«Viverla al fianco di Andrea è stato un privilegio. Sono stata in tanti posti che da turista non avrei visto. E lo riconoscevano: ci fermavano, gli raccontavano storie e gli chiedevano di cantare. Era una favola, pur con tutta la difficoltà. Una vita non ordinaria per me che ero una studentessa».

Sono passati vent’anni dalla sua scomparsa, come passa il tempo?

«A volte sembra ieri, a volte sembra un tempo lontanissimo. Poi ci penso e vuol dire che le nostre figlie, che erano neonate, ora vivono fuori, sono indipendenti, hanno vent’anni. Danno la misura del tempo».

Ha una canzone del cuore?

«A periodi lo ascolto spesso, a periodi per nulla. Sì, ci sono canzoni che significano tanto, “Soneanima” più di tutte, ci legava. Se ritorno ai Tazenda, tra le mie preferite “Un alenu ’e sole” e “Astrolicamus”».

Un artista che vedeva affine all’anima di Andrea Parodi?

«De André. Personalità opposte, uno vulcanico, con lo spirito dell’eterno bambino, l’altro riservato e chiuso. Però si piacevano artisticamente e umanamente. Avevano in ballo una bellissima collaborazione, oltre a quella con i Tazenda».

Un duetto?

«Sì, un brano insieme».

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