La Nuova Sardegna

Oristano

La sentenza

Antidoping “truccato” alla Sartiglia di Oristano, condannati quattro cavalieri

di Enrico Carta

	Il momento in cui i cavalieri decidono di non proseguire la manifestazione per l'invasività delle procedure antidoping
Il momento in cui i cavalieri decidono di non proseguire la manifestazione per l'invasività delle procedure antidoping

Per la giudice ci sarebbe stata sostituzione di persona in modo da evitare che venissero scoperte delle positività ai controlli della giostra equestre del 2018. Assolto l’ex vice presidente della Fondazione Sartiglia, Marzio Schintu

28 novembre 2023
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Oristano Terzo processo, ma stavolta arrivano anche condanne. Le inchieste generate dallo scontro tra i cavalieri della Sartiglia e l’ex questore di Oristano Giovanni Aliquò si chiudono con un sentenza diversa da quanto era avvenuto nei due casi precedenti. Stavolta il provvedimento della giudice Serena Corrias dice che i protagonisti mascherati della giostra equestre sono colpevoli, mentre assolve l’ex componente della Fondazione Sartiglia, Marzio Schintu, che nell’edizione del 2018 ricopriva il ruolo di vice presidente. Oltre a lui, accusati a vario titolo di sostituzione di persona e di falso per lo svolgimento delle procedure antidoping, c’erano  i cavalieri Roberto PauMarco Pau, Giuseppe Frau e Gianluca Russo, tutti condannati a otto mesi con la sospensione condizionale della pena, mentre precedentemente al processo avevano patteggiato gli altri cavalieri Giuseppe Catapano e Paolo Rosas e l’ex presidente dell’Associazione Cavalieri Francesco Castagna.

Nella scorsa udienza, il pubblico ministero Ivan Sanna aveva sollecitato la condanna a un anno e due mesi per tutti e cinque gli imputati dopo aver ricostruito la propria versione dei fatti della Sartiglia di domenica 11 febbraio 2018, accolta quindi quasi per intero dalla giudice con l’eccezione della posizione di Marzio Schintu. Il loro ruolo per l’accusa era chiaro: assieme ai cavalieri che avevano già patteggiato e all’ex presidente dell’Associazione Cavalieri avrebbero stipulato un accordo per far evitare l’antidoping ai compagni di sella che sarebbero potuti risultare positivi, mandando all’esame delle urine cavalieri che non avevano da temere per un’eventuale positività.

Per l’accusa i ruoli erano chiari: Marzio Schintu avrebbe fatto da tramite e indicato al funzionario di polizia e ai medici dell’antidoping i cavalieri che dovevano sottoporsi all’esame sulla base di una lista stilata la mattina della Sartiglia dal questore Giovanni Aliquò. Avrebbe però consapevolmente portato alla postazione persone diverse da quelle indicate, eventualità per l’appunto smentita dalla sentenza.

Per il resto, alcuni cavalieri si sarebbero sostituiti ad altri proprio per evitare la positività e quindi squalifiche e problemi giudiziari ai loro compagni. Le firme sul verbale e l’esame del dna sulle urine sarebbero la prova regina dell’inganno, oltre a una serie di testimonianze e a qualche passaggio delle deposizioni degli stessi imputati che avrebbero svelato l’intreccio e messo gli inquirenti sulla pista giusta.

La sentenza di questa mattina, martedì 29 novembre, dice che tra cavalieri e componenti della Fondazione non ci fu alcun accordo per evitare i controlli antidoping su alcune persone, ma allo stesso tempo che i cavalieri avrebbero agito mirando proprio a questo obiettivo.

Gli avvocati difensori Adriano Sollai, Carlo Figus, Lorenzo Soro e Gianfranco Sollai avevano sostenuto che non vi fosse alcuna prova del presunto “complotto” ordito dai cavalieri loro assistiti per sviare i controlli, che tutto fosse figlio della confusione generata dai continui cambi di regole fissati dal questore e dalla concitazione del momento, perché gli esami delle urine venivano fatti in un momento in cui la Sartiglia era in pieno svolgimento e molti cavalieri miravano a ottenere la spada dal componidori, per poi effettuare la discesa alla stella. Allo stesso modo, ed è l’unico che ha ottenuto ragione, l’avvocato Guido Manca Bitti che difendeva Marzio Schintu aveva sostenuto che non vi fosse alcun elemento del legame nell’azione tra il vice presidente della Fondazione e i cavalieri stessi, ma che questi avesse fatto soltanto da tramite tra le richieste della polizia e chi poi doveva sottoporsi al controllo senza avere alcuna funzione ufficiale di controllo.

Con questa sentenza si chiude il lungo filone di inchieste e processi legati proprio alla Sartiglia del 2018. In principio ci furono tre proscioglimenti, quelli dei cavalieri Daniele Ferrari, Marco Serra e Francesco Serra, chiamati in causa proprio nel procedimento per l’antidoping: l’esame del dna dimostrò invece che erano stati vittime di un clamoroso errore perché loro si erano effettivamente sottoposti al controllo rispettando tutte le procedure. Poi, il primo a incassare l’assoluzione nei processi fu il carabiniere Antonio Mancinelli, imputato per aver rivelato segreti istruttori e poi risultato del tutto innocente. Quindi era arrivata l’assoluzione per i cavalieri Andrea Solinas, Alessio Garau, Gianluca Russo, Andrea Manias, Andrea Piroddi e Antonio Giandolfi accusati di aver assediato sempre l’ex questore Giovanni Aliquò, impedendogli così di svolgere il proprio lavoro durante la giostra del martedì del carnevale 2018.

Ora rimane l’unica macchia che trova già la risposta immediata delle difese che annunciano appello non appena saranno in possesso delle motivazioni della sentenza appena emessa. L’avvocato Adriano Sollai che assiste Gianluca Russo ha detto a caldo: «È fortemente dispiaciuto per l’esito del processo, daremo battaglia sino all’ultimo grado di giudizio per affermare la verità. Questa sentenza di condanna è ingiusta perché il mio assistito è totalmente estraneo al fatto e nel dibattimento non è emerso alcun elemento che possa anche solo far sospettare che abbia voluto farsi sostituire al controllo antidoping».

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