La Nuova Sardegna

Oristano

Sanità

Caos in ambulatorio, per accedere all’Ascot i pazienti chiamano i carabinieri

di Michela Cuccu
Caos in ambulatorio, per accedere all’Ascot i pazienti chiamano i carabinieri

Alla fine è stata decisiva la disponibilità del medico che ha prolungato il turno di lavoro

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Ghilarza Hanno dovuto chiamare i carabinieri. Non per denunciare un reato, ma per il diritto a una ricetta medica. Qualche giorno fa nell’ambulatorio Ascot dell’ospedale Delogu, la tensione è esplosa quando un utente esasperato ha composto il 112: in coda c’erano circa cinquanta pazienti, ma il medico in turno aveva disponibilità solo per trenta visite. È l’istantanea di una sanità ridotta allo stremo, dove la disperazione di chi rischia di tornare a casa senza assistenza medica richiede l'intervento delle forze dell'ordine per sedare i tumulti. Solo la disponibilità del professionista, che ha prolungato l’orario ben oltre il previsto, ha evitato il peggio ma resta la rabbia per un sistema che non garantisce nemmeno un sistema taglia code automatizzato.

Se nel Guilcer interviene l'Arma, a Terralba si combatte una guerra di logoramento silenziosa: le persone restano in fila dall’alba e contano attese anche di sei ore per una prescrizione. E così va avanti da anni. La direttrice generale della Asl 5, Grazia Cattina, prova a dare una dimensione numerica a questo dramma: «I cittadini privi di assistenza medica di base nel territorio della Asl 5 sono 42.978». Una voragine che si apre tra il distretto di Oristano (14.231), quello di Ghilarza-Bosa (15.052) e Ales-Terralba (13.695). Proprio a Terralba il paradosso è matematico: con settemila residenti senza medico, l’Asl destina appena 50 ore settimanali di Ascot. In pratica, con l’impegno di un medico e mezzo, si pretende di coprire il lavoro di quasi cinque professionisti.

«In provincia di Oristano il numero di medici di medicina generale mancanti è di 62 unità» spiega Grazia Cattina, precisando che per arginare l'emergenza sono operativi 37 Ascot, dove i turni «vengono modulati sulla base del fabbisogno, compatibilmente con le disponibilità dei medici». La carenza di camici bianchi è tale che l’azienda sanitaria deve fare affidamento sui veterani: nel 2026 sono già dieci i medici in pensione tornati in servizio per evitare la chiusura totale dei presidi. «Siamo spiacenti per i disagi, che dipendono da una difficoltà oggettiva a reperire medici» conclude la direttrice, indicando come soluzione futura le Case di Comunità del Pnrr e la telemedicina. Tra i proclami digitali e la realtà dei fatti però resta il vuoto di chi oggi deve decidere se mettersi in fila alle cinque del mattino o rinunciare alle cure. Finché la sanità sarà gestita con i bollettini di guerra dei turni settimanali, l’unica certezza per i pazienti sardi rimarrà quella coda infinita davanti a un ambulatorio, sperando che non serva di nuovo il 112 per ottenere un’impegnativa. La carenza di medici di famiglia, che in tutta l’isola riguarda 450mila persone: questo sarà uno dei temi della manifestazione che il Coordinamento dei comitati per la salute ha in programma il 7 marzo a Cagliari.

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