Addio a Missiroli Grande del teatro e lucido intellettuale
Il regista di origine bergamasca si è spento ieri a 80 anni Dal 1976 al 1984 fu alla guida delllo Stabile di Torino
TORINO. «Artista e insieme intellettuale lucidissimo». Così il regista Mario Martone definisce il suo illustre predecessore alla guida dello Stabile di Torino, il regista Mario Missiroli, scomparso ieri all’età di ottanta anni. Ed è assolutamente un binomio dettato da buona riflessione quello che l’artista napoletano, autore di film importanti come “Morte di un matematico napoletano” e il recente “Noi credevamo” ispirato dall’omonimo libro di Anna Banti, ha usato per fotografare in modo efficace la figura di questo regista bergamasco, autore di alcune delle regie tra le più stimolanti del teatro italiano contemporaneo, in particolare nel periodo tra gli anni Sessanta e Novanta.
Mario Missiroli infatti, assieme all’indimenticabile Giorgio Guazzotti (scomparso nel 2002), altra grande e indimenticabile figura di teatrante, prese in mano in un periodo difficilissimo per la cultura italiana, dal 1976 al 1984, lo Stabile di Torino. Guazzotti era il responsabile amministrativo e Missiroli il direttore artistico. Una coppia di intellettuali teatranti – da molti avvicinata a quella di Strehler e Grassi del Piccolo di Milano – che in mezzo a un mare di difficoltà ebbe il coraggio di innovare e sperimentare nuove forme di organizzazione e produzione con una importante riflessione strategica sulla scena pubblica. Merce assai rara di questi tempi nella cultura in genere, ancor più nell’ambito teatrale. Doti ancora più difficili da trovare queste poi, in un artista, che sia capace di unire l’amore per la scena con quella della organizzazione dello spazio come fu il caso di Mario Missiroli.
Un teatrante che, dopo il diploma all’Accademia d’Arte drammatica, iniziò a farsi le ossa da giovane proprio dal grande Strehler e, per il cinema, con Valerio Zurlini. E’ del 1963 il suo film “La bella di Lodi” in cui è è protagonista una giovanissima Stefania Sandrelli (il soggetto di Alberto Arbasino).
Ma è il teatro, non la celluloide il campo prescelto da Missiroli che, firmata la sua prima regia nel 1956 (“L’Anniversario” di Cechov), acquista in poco tempo notorietà e successo, Proprio nell’anno del suo film mette in scena a Milano un impegnativo “Assassinio nella cattedrale” di T.S.Eliot scegliendo di confrontarsi con autori di spessore e spiccata contemporaneità come Ionesco (“La Cantatrice calva” del 1966), Gombrowicz (“Il matrimonio” del 1968) e una indimenticabile “Eva Peron” di Copi nel 1971.
Tra queste regie alterna autori classici dove individua i plot e i fili narrativi che negli anni successivi saranno oggetto di una attenta rilettura e ricerca. Da una “Madragora” di Macchiavelli del 1967 a “La Locandiera” di Goldoni del 1971. E poi via via Shakespeare (“Molto Rumore per nulla” del 1972) e Gogol, ma anche l’amato Sternheim (“L’Eroe borghese”1973), Strindberg, Molière e Majakovskij, ma anche Albee e Beckett fino a sondare fino in fondo Pirandello. Sempre con attori di alto livello, da Anna Proclemer ad Adriana Asti, Valeria Moriconi, Arnoldo Foà. Straordinarie le sue regie de “I Giganti della Montagna” (1979) e “La villegiatura” goldoniana del 1981dove Missiroli stravolge le letture tradizionali dell’opera mettendo a nudo con decisione l’avarizia della borghesia.