La Nuova Sardegna

I curdi attendono le armi custodite nell’isola

di Giampiero Cocco
I curdi attendono le armi custodite nell’isola

I lanciarazzi e i proiettili per i kalashnikov destinati alla guerra contro l’Is sono ancora a Santo Stefano

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LA MADDALENA. Da Erbil, capolougo della regione del Kurdistan iracheno, a Bagdad, capitale dell’Iraq post Saddam. Il primo carico di armi italiane – 100 mitragliatrici Mg 42/59 calibro 7,62 Nato con relativi treppiedi, 100 mitragliere pesanti Browning M2 050 calibro 12,7 Nato, mezzo milione di munizioni per i due tipi d’arma non più in uso alle nostre forze armate (mitragliatrici viste con diffidenza dai combattenti iracheni, che ne ignorano l’utilizzo) oltre ad un carico di elmetti, giubbotti antiproiettile e materiale vario è stato consegnato al governo iracheno dopo essere stato trasportato, dai depositi di Pisa e Pratica di Mare, a bordo degli Hercules C130J dell’Aeronautica militare italiana.

Un carico d’armi che il governo iracheno dovrà distribuire ai guerriglieri peshmerga curdi che stanno fronteggiando l’avanzata delle milizie islamiche dell’Isis nel nord del paese mediorientale. La seconda fornitura, che prevede l’invio di duemila lanciarazzi Rpg modello 7 e 9, con relativi razzi e poco meno di mezzo milione di proiettili per Ak 47 Kalashnikov 7,62 (diverso dal calibro Nato) di fabbricazione russa attendono invece d’essere spediti all’interno del bunker di Santo Stefano, la polveriera Nato di Guardia del Moro dove si trovano dal 1994, quando il materiale bellico di produzione sovietica destinato alla guerra nei Balcani venne intercettato e messo sotto sequestro nel canale di Otranto, a bordo della nave Jadran Express noleggiata dai trafficanti d’armi russi. «La consegna della armi, dopo il via libera del parlamento – ha precisato ieri Andrea Armaro, portavoce del ministro della difesa Roberta Pinotti – è compito delle nostre forze armate, che stanno provvedendo al trasferimento del materiale nei tempi e con la logistica che riterranno più opportuni, per motivi di sicurezza». Il primo scoglio quelle armi lo hanno avuto all’aeroporto di Bagdad, dove il primo carico resta ancora fermo per non meglio precisate «pratiche burocratiche», come è trapelato ieri dal nostro Ministero della Difesa. Resta ancora da spedire quanto stivato all’interno del bunker di Santo Stefano, svariate tonnellate di armamenti attesi (questi sì), con molta impazienza dai Curdi, che sono pratici nel maneggio di armi di produzione sovietica. «Consegnare ai Curdi armi per combattere lo Stato Islamico, e farlo con una decisione istituzionale alla luce del sole, significa riconoscere il nostro coinvolgimento in un conflitto che è difficile non chiamare guerra», ha spiegato, in una recente intervista il sassarese Arturo Parisi, ex ministro della difesa del governo Prodi, che vede nella decisione di intervenire in Iraq contro il gruppo jihadista una svolta, seppur parziale, nelle politiche di difesa italiana ed europea.

«Acquisito il consenso delle autorità di Baghdad – ha detto il ministro della difesa Roberta Pinotti – sono in corso di finale perfezionamento le attività diplomatiche, organizzative e logistiche finalizzate al trasporto e alla consegna delle armi per i peshmerga. I contatti, sia con le autorità centrali che con quelle regionali, puntano a stabilire le modalità di consegna, nonché il controllo del materiale d’armamento affinché non finisca nelle mani sbagliate». Le autorità curde hanno però lamentano l’intervento di Baghdad che intende fermare o ritardare la consegna delle armi che la comunità europea e internazionale sta inviando per la guerra nel Kurdistan. Da qui gli ulteriori intoppi per attivare il ponte aereo che inizialmente doveva essere diretto con l’aeroporto di Erbil, dove arrivano invece gli aiuti comunitari come cibo e medicinali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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