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«Così gli emigrati sardi sono riusciti a “mangiare i coccodrilli”»

di Luciano Piras

	Paolo Pulina e le copertine dei suoi tre volumi "Cronache culturali dae su disterru"
Paolo Pulina e le copertine dei suoi tre volumi "Cronache culturali dae su disterru"

Intervista con Paolo Pulina, pilastro culturale della Fasi. Suoi i tre volumi “Cronache dae su disterru”

26 maggio 2023
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Pavia Un lungo viaggio nel mondo dell’emigrazione che attraversa gli anni Duemila, dagli inizi del 2002 fino a tutto dicembre 2020, quasi due decenni raccontati e documentati con la lente delle cronache culturali. Tre volumoni, per un totale di oltre 1.600 pagine, il primo uscito nell’aprile 2022, l’ultimo invece è del mese scorso. Un’opera colossale che raccoglie le pagine “dae su disterru” pubblicate nel magazine online “Tottus in pari”. Un vero e proprio archivio ora a portata di mano, tanto imponente quanto di facile consultazione. Una iniziativa editoriale, con il patrocinio e il contributo della Fasi, la Federazione delle associazioni sarde in Italia, firmata con impegno e rigore da Paolo Pulina, pubblicista iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 1982.

Classe 1948, nato a Ploaghe ma da una vita di casa in provincia di Pavia, dopo la laurea in Lettere moderne nell’Università statale di Milano, Pulina è uno dei pilastri culturali della Fasi. Per anni è stato responsabile Informazione/Comunicazione e Cultura della Federazione dei circoli, negli ultimi cinque anni è stato anche uno dei due vicepresidenti. Ora è vice presidente del Circolo culturale sardo “Logudoro” di Pavia, carica che lo ha tenuto impegnato fin dal 1996.

Perché l’idea di raccogliere in volume questa mole di documenti?

«L’idea di procurare una raccolta a stampa degli articoli da me pubblicati, a partire dagli inizi del 2002, nel magazine online “Tottus in pari”, coordinato da Massimiliano Perlato, mi è venuta all’indomani della conclusione del settimo congresso (Milano, dicembre 2021) della Fasi. Dopo essere stato eletto nel Comitato esecutivo della federazione nel terzo (2002), quarto, quinto e sesto (2016) congresso, non mi sono candidato per il settimo: mi è sembrato giusto “passare la mano” dopo vent’anni di impegno. Desideroso di fare un bilancio di questa mia ventennale azione culturale, mi è parso opportuno rivedere le pagine di “Tottus in pari” (giornale online che impagina a cadenza settimanale i testi pubblicati nell’omonimo blog, aggiornato quotidianamente www.tottusinpari.it), che è da sempre un insostituibile punto di riferimento in Italia e all’estero perché pubblica, sì, notizie di preannuncio e ampi resoconti sulle attività dei circoli sardi di tutto il mondo ma anche informazioni anticipatrici e resocontistiche su iniziative programmate in Sardegna (il sottotitolo è “Emigrati e residenti: le due Sardegne”). Avevo pensato di pubblicare (per ridurre i costi: stampa in digitale di pagine pdf da me fornite) una cinquantina di copie di almeno tre volumi, da regalare a familiari, parenti, amici, biblioteche sarde, presidenza della Fasi, direttivo del “Logudoro”. Ferme restando le 50 copie a mie spese, il presidente della federazione, Bastianino Mossa, e i competenti organi centrali hanno stabilito di acquisire un centinaio di copie delle tre pubblicazioni da destinare ai circoli e alle varie autorità regionali, dato che in esse era mia intenzione riprodurre i comunicati ufficiali con le prese di posizione della Fasi, i resoconti dettagliati delle attività “targate” Fasi e di quelle dei Circoli in cui è stata operativa la Fasi. In effetti, in ciascuno dei volumi, molte pagine (scritte non solo da me) offrono una documentazione oggettiva molto utile per una ricostruzione della memoria storica relativamente alle azioni della federazione e di alcuni suoi circoli nei primi due decenni del Duemila. Si tratta quindi di una classica opera di agevole consultazione».

Come è cambiato il mondo dell’emigrazione sarda in questi due decenni del Duemila?

«Sulle caratteristiche dell’emigrazione sarda io faccio riferimento ai libri di uno studioso come Aldo Aledda, che ha avuto anche responsabilità dirigenziali importanti all’interno delle strutture dell’assessorato regionale al Lavoro, che “governa” la legge regionale sull’emigrazione (la n. 7 del 1991). Per il passato Aledda scrive: “I sardi non parteciparono in massa alle prime ondate delle grandi migrazioni italiane dell’Otto/Novecento. Infatti l’emigrazione dall’isola in forma massiccia prende piede solo nell’immediato secondo dopoguerra, in primo luogo nel bacino minerario del Sulcis Iglesiente entrato in crisi con l’esaurimento delle miniere, poi fu accentuata dal logoramento del tessuto agropastorale del centro Sardegna fino al crollo dell’apparato industriale degli anni Sessanta basato sulla cosiddetta logica dei ‘poli di sviluppo’ (Ottana, Sir, Rumianca, Villacidro)”. Per gli ultimi due decenni, relativamente all’osservatorio che mi è familiare (città di Pavia), ecco quanto ha detto un bonese che è arrivato a Pavia (dopo un’esperienza in Germania) a metà degli anni Sessanta insieme a molti altri compaesani dato che “forse di fabbriche ce n’erano più a Pavia che a Milano, alla Necchi c’erano 6/7mila persone, duemila alla Viscosa, dove ero io eravamo 1.200. Nella zona in cui abitavamo noi erano tutte fabbriche, una dietro l’altra, ora non ce ne è più, adesso hanno fatto officine, pizzerie, banche. A Pavia negli ultimi due decenni hanno attirato solo l’università e gli ospedali… ” (testimonianza nel recente libro di Gian Battista Fressura “L’ultima trebbia. Il ‘miracolo economico’ e la fine del mondo contadino in Sardegna. Racconto di una modernizzazione”)».

Qual è il ruolo e l’importanza della Fasi per i sardi fuori dalla Sardegna?

«Storicamente il ruolo dei circoli della Fasi, in rapporto all’ondata migratoria dalla Sardegna negli anni Sessanta, è stato fondamentale nell’offrire assistenza morale e materiale agli emigrati. Nella relazione letta in un congresso sono intervenuto per contrastare il principio (caro a chi vive all’estero) che soltanto chi ha varcato i confini nazionali può essere considerato “emigrato”. Certo c’è la diversità della lingua quando si arriva in un Paese straniero, ma nelle fabbriche torinesi o bresciane credo che gli operai “foresti” abbiano dovuto imparare a parlare il dialetto locale, se volevano essere “integrati”. Poi le difficoltà materiali che si incontrano non credo che siano molto diverse a Stoccarda o a Milano…Bisognerebbe non dimenticare il fatto che gli emigrati sardi sia nella penisola italiana, sia in Europa, sia nei vari Continenti, quando li si incontra nei luoghi di nuova residenza in Italia o all’estero e si constata che si sono ben inseriti in essi, se hanno raggiunto una buona sistemazione è stato per loro possibile perché, come usa dire un emigrato a Pavia, sono riusciti a “mangiare i coccodrilli”».

Come vede Paolo Pulina il futuro dei giovani sardi che lasciano la Sardegna per andare a studiare in una università “continentale”, per esempio a Pavia?

«Secondo Aldo Aledda, in generale si può affermare che “anche volendo assumere come prevalente la ragione economica, tra i motivi che stanno alla base del progetto migratorio individuale, bisogna considerare la volontà di abbandonare un modello culturale superato”. Per quello che io vedo a Pavia, gli studenti sardi che scelgono di frequentare i vari dipartimenti universitari del glorioso Ateneo pavese, sono attratti dalla presenza di numerosi Collegi (alcuni attivi da secoli) e sappiamo quanto possa rendere difficoltoso l’impegno nello studio dover vivere in bugigattoli che i privati affittano a prezzi insostenibili anche da parte di uno studente che può contare su qualche risorsa economica data dalla famiglia. Ma c’è un altro aspetto che non viene messo in luce. Questi stessi studenti sanno che, per trovare un lavoro, anche con un curriculum eccellente, occorre quantomeno provare a verificare le possibilità offerte dal mercato nei Paesi stranieri. Ho tre figli laureati: il primo vive e lavora a Londra, il secondo a Parigi, solo il terzo è in Lombardia. Certo, al di là degli aspetti economici, se un giovane laureato sardo, dopo una esperienza lavorativa all’estero, intende rientrare in Sardegna e dare un contributo allo sviluppo nell’isola natia, sarà comunque in grado di fare le proprie scelte con accresciute capacità di valutazione».

Come vorrebbe che fosse la Sardegna del futuro nei confronti del mondo dell’emigrazione?

«Intanto vorrei che venissero studiati in tutti i 377 paesi e città dell’isola le vicende, le vicissitudini, i protagonisti, i personaggi dell’emigrazione locale. Con la Fasi ho tentato di avviare una collaborazione con un istituto universitario genovese impegnato a raccogliere, con apposite tesi di laurea, manoscritti dei carteggi intercorsi tra gli emigrati sardi nel “nuovo mondo” e i familiari e parenti rimasti a casa. Non essendo pervenuta nessuna risposta da parte delle persone contattate per la parte sarda, era un po’ difficile attivare un rapporto di collaborazione! Poi, perché si sappia in Sardegna su che cosa discutono gli emigrati riuniti nei circoli della Fasi, quando si organizzano le giornate del dibattito congressuale, consiglio di leggere le 280 pagine degli Atti (da me curati) del settimo congresso della Fasi (Milano, dicembre 2021). Modestamente credo che la lettura di un volume cartaceo sia più semplice che non andare a cercare in Youtube la registrazione delle cinque sessioni di lavoro. Per avere copia del volume basta chiedere a segreteria@fasi-italia.it».

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