La Nuova Sardegna

Verso le regionali

Salto in avanti di Renato Soru: «Mi candido come governatore»

di Luca Rojch
Salto in avanti di Renato Soru: «Mi candido come governatore»

«In Sardegna serve un cambiamento profondo, uno scatto per uscire dal ritardo nello sviluppo, ora torniamo indietro»

08 novembre 2023
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Sassari Pianta la bandierina sulla collina elettorale. Renato Soru è il primo candidato governatore per la Sardegna. Ma la scelta dell’ex presidente non è fatta contro il Pd, almeno da quello che dice lui: «Spero che il Pd si ricreda e capisca la necessità di sostenere un progetto di reale cambiamento – spiega -. Io sono pronto a condividere e allargare il progetto, ma in ogni caso andrò avanti. Non sarebbe giusto fermare questo processo in atto».

Soru rompe gli indugi e probabilmente l’incontro di sabato a Cagliari sarà il palco da cui lancerà pubblicamente la sua candidatura a governatore.

Una “Rivoluzione gentile”, scrive lui. Una scelta di campo, coraggiosa e aperta alla società civile. Ma con la speranza di trovare un sostegno anche dai partiti del centrosinistra. Più Europa e Liberu, che condividono il suo progetto, sono ancora poca cosa per poter sperare di scalare il Palazzo. Lo stand-by dei Progressisti al tavolo del Campo largo è tutto da interpretare. E il dialogo con Antonello Peru è poco più di un atto di cortesia politica, come chiariscono entrambi. «Non sono mai stato a cena da Peru. Non lo vedo da tempo e non è in atto alcun dialogo politico, è vero che sono passato a casa sua per un caffè, questa estate quando ero al mare, un atto di cortesia al di fuori della politica».

Come ha preso la scelta del Campo largo di evitare le primarie?
«Ho partecipato alla nascita del Pd, sono tra i 40 che hanno contribuito alla sua fondazione a livello nazionale. In Sardegna il Pd è nato dalla fusione di Ds, Margherita e Progetto Sardegna. Da sempre ho creduto nell’idea che ha ispirato la nascita del Pd. Ho fatto il presidente della Regione, sempre con un progetto da portare avanti, costruito attraverso decine di incontri pubblici, il dibattito e l’ascolto. Ora sono ancora iscritto al Pd, anche se non faccio parte degli organi dirigenti. Osservo sconfortato come il Pd abbia rinunciato a proporre la sua idea di Sardegna e a guidare il governo dell’isola. Come si sia arreso davanti alle imposizioni del M5S. Come abbia rinunciato alle sue responsabilità, a essere protagonista del futuro della Sardegna».

La sua decisione di scendere in campo nasce da questo?
«No, nasce dall’amore per la Sardegna. Ho fatto una proposta chiara e ho dato la mia disponibilità fin da subito, apertissimo al confronto con altre eventuali candidature. Non c’è stata nessuna disponibilità».

Ma quindi lei si candiderà in ogni caso?
«Da tempo lo dico in pubblico. Ho chiaro in testa un progetto per la Sardegna, so quali sono le emergenze in essere: in tempo di autonomie differenziate va ripreso il confronto con lo Stato, l’amministrazione è basata su strumenti arcaici, ha perso la capacità di gestire le risorse, la sanità pubblica sempre più lontana, i trasporti inadeguati e precari, la scuola dimenticata, non si guarda al futuro. Non si riescono a spendere i soldi del Fondo sociale europeo per la formazione professionale. Questa è una regione da ricostruire. Siamo tornati indietro, nuovamente all’Obiettivo 1. Serve un momento di rifondazione. Io da tempo parlo in pubblico e mi confronto. Spiego quali sono le priorità, qual è il progetto per la Sardegna, per il suo presente, per il suo futuro».

Lei ha ragione, ma ha un’idea per uscire da questa situazione?
«Siamo davanti a un momento storico fondamentale. In Sardegna serve un cambiamento profondo, un nuovo Progetto di Rinascita. Un impegno collettivo come i nostri padri avevano portato avanti nel passato. Serve uno scatto per uscire dal ritardo di sviluppo che ancora ci attanaglia e che si sta aggravando. Serve un colpo di reni simile a quello che ha portato fuori la Sardegna degli anni Cinquanta dal medioevo, come si fece col piano di Rinascita. Oggi abbiamo un’occasione unica. Abbiamo risorse straordinarie pari a tre volte quelle che finanziò il piano di rinascita anni 60, per far fare un balzo in avanti alla nostra isola. Ma questo scatto non verrà né da Roma, né da Bruxelles. Si può avere solo se saranno i sardi a portarlo avanti. Ecco perché io mi rivolgo alle forze migliori della Sardegna, mi rivolgo alle intelligenze, al popolo, a chi ogni giorno lavora per far crescere la nostra isola. Uomini e donne che si riconoscono in un progetto comune. Un progetto che nasce nei territori, dall’ascolto, come abbiamo fatto in questi mesi di incontri. E non con un accordo calato dalle segreterie dei partiti. Si ignora che la Sardegna vive una fase drammatica e al tempo stessa ricca di opportunità della sua storia. Abbiamo perso 100mila abitanti in dieci anni, l’isola si spopola nell’indifferenza. Occorre reagire».

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