La Nuova Sardegna

Il caso

Piscinas le acque tossiche del rio Irvi riaprono una ferita vecchia 30 anni

di Luciano Onnis
Piscinas le acque tossiche del rio Irvi riaprono una ferita vecchia 30 anni

Arbus, il fenomeno si ripete ciclicamente dalla chiusura delle miniere

24 marzo 2024
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Arbus È bastato il video finito sui social per far riesplodere stupore e indignazione su uno sfregio ambientale che, nell’indifferenza generale, si ripete ciclicamente da 32 anni: il fiume rosso scuro che sgorga dai pozzi minerari dismessi del complesso estrattivo di Casargiu, fra Montevecchio e Ingurtosu, e si getta nel mare di Piscinas dopo aver attraversato sette chilometri di paradiso ambientale con il suo carico di ferro, cadmio, piombo, zinco e perfino arsenico, non è una novità. Come non è nuovo che tutto avvenga senza che nessuno faccia qualcosa per impedire che lo scempio ecologico si ripeta puntualmente almeno una volta l’anno in caso di piogge copiose o di interventi manutentivi, come accaduto i giorni scorsi quando il Comune di Arbus ha dovuto aprire lo scarico di fondo della diga di Donegani, piena fino al limite massimo, per mantenere i livelli di sicurezza. Stavolta la ferita ambientale - potenza dei social -, è rimbalzata a livello nazionalee ha riportato in auge la preoccupazione che porta tutti a chiedersi com’è che nessuno abbia posto fine, nel corso di oltre 30 anni, aquesto scempio.

Eppure tutti sapevano, e sanno, che dal cantiere minerario di Casargiu, e in particolare dalla galleria del Pozzo Fais, si riversa nel rio Irvi, che poi confluisce nel rio Piscinas, una quantità immensa di acqua ad alti contenuti inquinanti e nocivi. Succede sistematicamente da quando, nel 1992, le miniere di Montevecchio esalarono l’ultimo respiro, finendo nel dimenticatoio delle incombenze dell’ultimo padrone minerario (la Sim del gruppo Eni) e cadendo, successivamente, nella disgrazia della di bonifica della Regione con i suoi enti, Emsa prima e Igea dopo, quest’ultima creata per essere il braccio di risanamento ambientale delle dismesse industrie estrattive isolane.

L’ente minerario sardo, proprietario di alcune miniere, non si era mai curato di bonificare le devastazioni compiute nel territorio, la subentrante Igea ha mancato il suo compito. Gli attacchi mossi a Igea nel 2012 dal Comune di Arbus - che non può muovere un dito in casa d’altri - e da alcune associazioni ambientaliste, sono finiti nel nulla, organi giudiziari compresi. L’allora sindaco Francesco Atzori, a seguito dell’ennesimo sfregio del fiume rosso a Piscinas, convocò una conferenza di servizi con Igea, Regione (assessorati Industria e Ambiente), la Provincia e la Asl 6, con l’obiettivo di inchiodare ciascuno alle proprie responsabilità. Fra Provincia e Igea fu un reciproco scaricabarile di responsabilità, in particolare sul depuratore realizzato nel 2006 su progetto e finanziamento (574 mila euro) ereditati dalla Provincia di Cagliari. Un impianto del tutto inutile che prevedeva una portata di acque reflue depurabili di 30 litri al secondo, ma poi in realtà ne trattava solo 15 a monte dei 50 litri che ogni secondo fuoriuscivano dai pozzi minerari. I conti non tornavano e il depuratore fu un fiasco clamoroso, con centinaia di migliaia di euro gettati in mare.

L’Igea, con il presidente Battista Zurru, ex assessore regionale all’Industria, si fece car ico di una soluzione che coinvolgeva la società olandese Paques, leader nella tecnologia di trattamento dei solfati. Fu un altro flop e degli interventi per depurare le acque di lavorazione confluenti nel rio Irvi e rio Piscinas non è rimasta traccia. Intanto, dopo il clamore dei giorni scorsi per la ricomparsa del fiume dei veleni, questa mattina la Guardia costiera tornerà a Piscinas e, insieme all’ Arpas, effettueranno prelievi sull’arenile e nel tratto marino antistante la foce del rio Piscinas per accertare lo stato di inquinamento delle acque e della sabbia.

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