Paolo Angeli: «La Sardegna è un continente, oggi cosa vuol dire essere sardi?
Il musicista di Palau e il mondo visto dai palchi con la “chitarra sarda preparata”: Gli Usa di Trump e Mamdani, la Spagna di Sánchez, il suo Mediterraneo
Dice di essere «profondamente sardo» e subito dopo stuzzica: «Ma cosa vuol dire essere sardi?». Paolo Angeli è uno dei musicisti dell’isola più famosi nel mondo. I continenti li gira palco dopo palco. Con la sua chitarra sarda preparata, strumento che usa come chitarra, violoncello, batteria e synth, e la maglia a righe che ricorda le origini marinaresche della sua Palau.
Il 2026 sarà intenso: il tour dell’ultimo disco, “Lema”, toccherà le 50 date, poi una ristampa del primo album, un documentario, un live dagli Usa e il progetto che ritiene «più politico» di tutti: il disco con il tenore Murales de Orgosolo.
Ha appena pubblicato il calendario dei suoi concerti, per la terza volta in due anni torna in tournée negli Stati Uniti. Mi racconta gli Usa attraversati da dentro?
«In America sento una netta frattura tra chi segue e ascolta musiche di un certo tipo e la realtà politica che esprime i contenuti che sappiamo. Trovo un pubblico ovunque curiosissimo e straordinariamente attratto dalle specificità della nostra cultura mediterranea. Mi ha stupito la presentazione ricevuta alla Carnegie Hall: un modo serio e puntuale di ripercorrere la nostra terra che mi è capitato di sentire di rado nei nostri festival europei».
Il mondo culturale è una bolla.
«In generale l’America che ci viene sfoderata quotidianamente è l’America bianca, che non ha niente a che vedere con quella reale. Che è nera, latinoamericana, asiatica. Basta vedere chi è il nuovo sindaco di New York, Mamdani: impossibile immaginarlo in Italia, Salvini e soci lo impedirebbero. La bellezza dell’America è nella sua complessità. Quello che cercano è quello che a loro manca, se nel secolo scorso siamo stati una colonia culturale, e lo dico anche io che mi sono tanto abbeverato dai grandi del jazz, ora c’è curiosità sul Mediterraneo».
Portare la sua isola oltre oceano cosa significa?
«Parliamo tante volte di orgoglio sardo, a me rende orgoglioso il poter esprimere un’idea non oleografica ma contemporanea. L’ha fatto Costantino Nivola, che esprimeva il percorso culturale della sua terra ma con il suo tratto».
Lei dove si sente a casa?
«Quando sono qui e sento i canti a chitarra o a tenore mi sento a casa, ma anche quando ascolto il flamenco a Valencia. Ti racconto una cosa».
Prego.
«Non ho mai rotto il cordone ombelicale con Barcellona, dove ho vissuto per vent’anni, ma ora sono a Valencia, una domenica sono andato al Cabanyal, il quartiere gitano, ho portato una chitarra e tre minuti dopo sono arrivati bambini e ragazzi a suonare con me. Cercavo di rubare il più possibile dal loro modo di suonare. Era un tentativo sociale di dialogo».
Lei allora crede in un melting pot dove le culture di partenza non si perdono?
«Io non ho la patente, e se prendi l’autobus Palau-Olbia ti trovi seduto con l’anziana gallurese delle campagne, il ragazzo senegalese, tanti marocchini, donne col velo, nordeuropei di passaggio. Una realtà complessa che vent’anni fa non esisteva. Cos’è la Sardegna oggi? Cos’è essere americano e spagnolo? Grandi incontri e scontri. La scommessa su cui si gioca il nostro futuro di pace è abbandonare qualcosa della propria cultura per fare spazio al bello delle altre, e far nascere un ibrido senza perdere le proprie specificità».
Come lo traduce in musica?
«Il mio sogno è continuare a essere il più possibile un concertista. Mi piace il mondo visto con gli occhi per restituirlo a modo mio sul palco, in modo sempre diverso».
Lei parla sempre di Sardegna come di un continente.
«Sì, con particolarità locali forti. Se ascolti il lirismo di Paolo Fresu e il magma fantasioso di Antonello Salis o il legame con il canto a tenore di Gavino Murgia, ti rendi conto che esprimono un’idea di Sardegna molto diversa, eppure sono tre nomi catalogabili nel jazz. Penso oppure alla pasta vocale di Daniela Pes, che ti porta la memoria storica gallurese, e la forza delle onde del mare e delle miniere alle spalle di Iosonouncane. Anche per il resto, l’isola sta vivendo un grande fermento, però devo rivolgere una staffilata ai nostri politici».
In che senso?
«Manca la capacità di pensarci come terra che può esportare. Oggi per uscire un quartetto parte già penalizzato di mille euro di biglietti. Se io dovessi tornare a vivere in Sardegna sarebbe un problema tra sedile in più per la chitarra e tour manager che mi accompagna in aereo. Sono fiducioso che si possa pensare a un modello simile a quelli adottati da Puglia ed Emilia Romagna, cioè una legge regionale».
La tengo sulla politica in senso stretto, com’è la Spagna di Pedro Sánchez?
«Fragile, sono esplosi casi che hanno coinvolto figure-chiave del governo. Ma la sua politica rimane un esempio di chiarezza, si è espresso su Gaza, su idee antimilitariste e pensare una sinistra con quei contenuti anche qui resta un miraggio. Mi sento di vivere in un Paese solidale. Lì la democrazia è più recente, quindi fragile. Oggi però ha un animo plurinazionale e una visione pluralista».

