Chiara Gatti: «Nella Barbagia rivedo le mie Alpi, Nuoro ha un substrato straordinario»
Parla la direttrice del Man: il significato di “isolitudine”, la nostalgia del futuro, il sogno dell’università
Usa l'immagine dell’albero: «Ho sempre immaginato il museo come un albero che affonda le radici nella terra ma ha la visione verso il cielo». Il museo d’arte della Provincia di Nuoro Man questa aspirazione ce l’ha. Stretto e verticale, a tre piani, mostre dal basso all’alto, lo ricorda. E poi nella propensione a unire espressioni sarde e internazionali.
La storica e critica Chiara Gatti è la direttrice del Man dal 2022. Il museo brilla in Sardegna e in Italia. Gatti si affretta, a proposito di alberi, a citare chi ha piantato i semi prima di lei, la gestione di Lorenzo Giusti e quella di Cristiana Collu («l’hanno reso realtà fondamentale nel panorama italiano»). Firma di “Repubblica”, lombarda trapiantata in Barbagia, parla di «nostalgia di futuro» (come Dua Lipa) e ha le idee chiare su come stanno le cose: «l’arte è politica».
Partiamo dalla strettissima attualità: mentre stiamo parlando il Man cosa propone?
«Tre mostre che portano avanti il tema dell’isola, su cui abbiamo lavorato per tutto il 2025. Le fotografie di Franco Pinna del dopoguerra, diapositive a colori che venivano pubblicate dai primi magazine, stampate per la prima volta. Non è la Sardegna mitica e arcaica in bianco e nero, ma palpitante. Poi Alfredo Casali, isole come nuvole, e un grande maestro italiano, Franco Mazzucchelli, il primo a inventarsi l’arte dei gonfiabili come arte partecipata, quindi pubblica e politica».
Il tema dell’isola, in Sardegna, per lei cosa vuol dire?
«Ci interessava lavorare sull’idea che al di là delle coordinate geografiche rappresenta una proiezione mentale. L’isola ci accomuna tutti, io la vivo da esterna, ma l’immaginario mitico è diventato molto esistenziale. La vedo in chiave struggente, di isolitudine, come si dice. Un luogo protetto ma aperto, che ha la protezione dei confini ma l’apertura dell’orizzonte, ed è una doppia prospettiva unica».
Il suo contesto di partenza, dov’è nata e cresciuta, invece sembra così lontano da tutto ciò…
«Ma in realtà sono nata su una montagna che guarda un lago, sono molto più vicina (ride, ndr)».
Il lago è il lago Maggiore.
«Visto dai picchi delle prealpi che diventano Alpi. Le altezze della Barbagia e l’orizzonte liquido, insomma, c’erano già. Ma poi la dimensione del lago è anche molto letteraria, Hemingway è passato davanti a casa mia nel racconto “Addio alle armi”, è una nostalgia che pervade».
Lei l’arte la dirige, da oltre 25 anni è abituata a scriverne.
«Sì, ho viaggiato sempre su una doppia componente. A Repubblica sono cresciuta con un capo che mi diceva di scrivere per farmi capire anche da mia nonna. Quindi la divulgazione che deve saper comunicare ma anche con qualità. E allo stesso tempo curavo mostre d’arte».
Qualche preferenza?
«Prevalentemente moderna. Il surrealismo, il futurismo, le avanguardie».
Feci una domanda sui trend e la moda ad Antonio Marras e, per gioco, si arrabbiò molto.
«Direi che dimostra molto bene di non seguirli. Mi piace molto».
Ecco sì, e nell’arte si segue la tendenza?
«Per noi conta invece. Non tanto sulle ricerche dei linguaggi ma sui temi. L’arte, come diceva Manet, è lo specchio del tempo, nel senso che deve trasmettere e raccontare. Deve esserne testimone attiva, il che non vuol dire didascalica. Non è una questione di cronaca ma di sublimare i tempi correnti».
Per esempio?
«A me interessa l’arte politica. Il tema di quest’anno è il futuro che non c’è per come ce lo siamo immaginati nel dopoguerra e per come si è manifestato. Il titolo è “Nostalgia di futuro”. Oggi manca l’entusiasmo che ci si aspettava, ci troviamo a combattere su disuguaglianze sociali, drammi ecologici...».
C’è un filo rosso che accomuna le più di venti esposizioni proposte dal 2022?
«L’antenna sul mondo. Guardare fuori per riflettere su quel che ci riguarda da vicino. Non mi piace ragionare per astratto, ma partire da ciò che ci riguarda e trasformarlo in narrazione».
Il Man cresce in un ambiente educato alla profondità dei linguaggi artistici e letterari.
«L’Atene sarda! Sicuramente i nuoresi ce l’hanno nel dna. Una cosa divertente: ieri in aereo ho incontrato un amico architetto e mi ha detto “La prima volta che sono venuto a Nuoro sono rimasto impressionato da due cose, dalla difficoltà per arrivare e dall’aver trovato cinque musei e un luogo dove sono nati decine di artisti, ma cosa mangiano da quelle parti? Cosa c’è nel terreno?” (ride). Il substrato è straordinario».
Un anno fa è stata confermata direttrice per un secondo triennio. Da qui al 2027 cosa immagina per il museo di Nuoro?
«Vorrei fosse vitale come i musei internazionali dove ti fermi tutto il giorno perché dentro c’è anche una libreria, una caffetteria. Un museo da abitare. E mi sto muovendo per far sì che il Man diventi sede universitaria per poter ospitare le lezioni. Sarebbe il primo in Italia».

