La valigia che attraversa il mondo: il viaggio di Paulette Capai
Una saga familiare: dalla Sardegna al Brasile, poi il ritorno nell’isola. La ripartenza verso l’Algeria e l’approdo definitivo in Francia
Firenze C’è una valigia che ha attraversato oceani, deserti, frontiere e generazioni. Una valigia che ha viaggiato più dei suoi proprietari, custodendo silenziosamente fotografie, lettere, documenti, piccoli oggetti che profumano di terre lontane. Una valigia che, un secolo dopo, ha deciso di parlare.
Da quel bagaglio di cartone e metallo è nata la storia di Paulette Capai, oggi residente a Parigi, ma figlia di un Mediterraneo inquieto e mobile, fatto di partenze, ritorni e nuove partenze ancora.
Paulette nasce nel 1955 a Oued-Zénati, in Algeria, in una famiglia che porta nel sangue due radici forti: quella sarda, da parte del padre, originario di Villasimius, e quella toscana, da parte della madre, appartenente alla famiglia Bertocchi di Pontremoli. Due mondi diversi, due storie di migrazioni che si incontrano in un luogo terzo, l’Algeria coloniale, dove migliaia di famiglie europee cercarono fortuna tra Ottocento e Novecento.
Oggi, in pensione, madre di due figli, Paulette vive a Parigi. Ma la sua storia non è rimasta ferma: ha continuato a muoversi, a cercare, a interrogare il passato. Tutto comincia quando, tra gli oggetti ereditati dal padre, ritrova una vecchia valigia. Dentro, un archivio familiare che nessuno aveva mai davvero esplorato: fotografie ingiallite, lettere consumate, atti di stato civile, documenti brasiliani, certificati di viaggio, ricordi conservati per decenni.
È l’inizio di un viaggio nella memoria.
Da quella valigia nasce il libro “La valigia. La storia movimentata di una famiglia emigrata Pied-Noir”, un’opera che non è un romanzo né un saggio, ma qualcosa di più intimo: un atto d’amore verso le proprie radici. Paulette ricostruisce la storia della sua famiglia lungo un percorso che sembra uscito da un romanzo d’avventura: da Villasimius in Brasile e ritorno in Sardegna. Ripartenza per l’Algeria e approdo definitivo in Francia.
È la storia dei suoi nonni, Gregorio Cappai e Giuseppina Carboni, che nel 1897 lasciano la Sardegna per il Brasile, come tanti emigranti dell’epoca. Nei loro documenti, ritrovati negli archivi brasiliani, c’è tutto: il registro dell’Hospedaria degli Immigrati di Juiz de Fora, le carte dell’Arquivo Público Mineiro, i registri della nave Colombo.
Sono tracce che raccontano non solo un viaggio, ma un’epoca: quella delle grandi migrazioni sarde verso il Sud America, spesso dimenticate dalla memoria collettiva.
Dopo il Brasile, la famiglia torna in Sardegna, poi riparte per l’Algeria, dove vive fino al 1963, anno dell’esodo dei Pied-Noir verso la Francia. È una storia di resilienza, di adattamento, di identità in movimento, dove anche il cognome perde una “p” e da “Cappai” diventa “Capai”.
Un tassello fondamentale della ricerca arriva grazie a un incontro inatteso con il mio blog Amerblog dove Paulette scopre un articolo dedicato a una lettera di protesta del 1906 nella quale si racconta la difficile situazione economica di Villasimius e le condizioni disastrose del paese, allora privo di strade e collegamenti. Paulette trova finalmente la risposta a una domanda che la sua famiglia si portava dietro da generazioni: perché i nonni avevano lasciato la Sardegna?
Quel contesto, fatto di povertà, isolamento e mancanza di prospettive, illumina il passato e dà senso alle scelte dei suoi antenati.
Il libro di Paulette non è scritto da una storica né da una scrittrice professionista. È scritto da una figlia, da una nipote, da una donna che ha deciso di non lasciare che la memoria si disperdesse. È un libro che nasce dal cuore, dalla necessità di salvare ciò che resta, di dare un nome ai volti, una data ai ricordi, una voce alle storie che rischiavano di perdersi.
La valigia del padre, oggi, non è più un oggetto chiuso. È diventata un ponte tra continenti, un archivio vivo, un simbolo di tutte le famiglie che hanno attraversato il mondo portando con sé solo ciò che potevano stringere tra le mani.
E grazie al lavoro di Paulette, quella valigia continua a viaggiare: non più sulle navi o nei treni, ma nelle pagine di un libro che restituisce dignità e profondità a una storia familiare che è, in fondo, anche una storia collettiva.
(*) Orani-Firenze
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