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Gianfranco Zola: «Il mio primo autografo e il mio primo gol, una corsa lunga 60 anni» – L’intervista esclusiva

di Andrea Sini
Gianfranco Zola: «Il mio primo autografo e il mio primo gol, una corsa lunga 60 anni» – L’intervista esclusiva

Il campione di Oliena apre l’album dei ricordi: «Oggi sono felice e orgoglioso del mio percorso»

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Sassari «Sono un sessantenne felice e realizzato. Mi emoziono ancora davanti a un bel gol o di fronte a un’esultanza pacata di Sinner dopo un grande colpo. Mi commuovo davanti a un tramonto sardo o quando scendo dalla scaletta dell’aereo e sento i profumi della nostra terra. Ho sognato in grande e realizzato tanti sogni, ma il mio segreto è non avere mai perso il contatto con la realtà».

Gianfranco Zola è un giovanotto della classe 1966 che domani, insieme a tanti amici, alzerà il calice per brindare ai suoi primi sessant’anni. Tempo di bilanci, ma anche di progetti per il futuro. Due decenni dopo la fine di una carriera leggendaria, il “vecchio” fantasista di Oliena resta uno dei personaggi più amati dai sardi, nonché uno degli sportivi italiani più apprezzati e rispettati a livello globale. Un ambasciatore dell’isola nel mondo, oltre che una vera bandiera.

Gianfranco, che fase della vita sta attraversando?

«Una fase estremamente critica (ride, ndr). Domani saranno 60 e in parte ancora non mi sembra vero. Dopo i 50 uno non vorrebbe più ricevere gli auguri...».

Invece saranno in tanti a festeggiarla.

«Al di là delle battute, mi trovo in una fase bella e serena. È passata tanta acqua sotto i ponti e sono felice di quello che ho fatto. Sinora è stato un bellissimo viaggio, soprattutto se teniamo presente da dove sono partito. Ho lavorato tanto per ottenere ciò che volevo e i risultati mi danno tanta soddisfazione. Sì, mi sento davvero una persona felice e soddisfatta».

Quali sono le cose del suo passato che oggi le danno più gioia?

«Tutto il percorso è stato straordinario. A volte si commette l’errore di fermarsi troppo a pensare a quello che sarebbe potuto andare meglio, a qualche altro obiettivo che non è stato centrato. Ma alla fine, lucidamente, penso a un ragazzino cresciuto in una realtà semplice e modesta, in un piccolo paesino di una regione isolata. Quel ragazzino ha fatto un percorso incredibile, ha girato il mondo in lungo e in largo, ha ricevuto riconoscimenti importanti, cose che hanno un peso. Ha anche tirato su una bella famiglia. Quel ragazzino ero io e ancora oggi non do niente di scontato: sono felice e realizzato, sono contento di tutto e ringrazio sempre tutte le persone che mi sono state accanto in questo percorso. Molte delle cose che ho fatto sono state possibili grazie all’aiuto di altri».

Quel bambino cresciuto a Oliena tra gli anni Sessanta e Settanta cosa aveva negli occhi? Cosa sognava?

«Facevo i sogni dei bambini della mia età: immaginavo di diventare un calciatore, di arrivare un giorno a vestire la maglia della nazionale. Volevo essere importante, riconosciuto e ricordato. Sogni semplici che per quasi tutti poi restano tali. Invece nel mio caso si sono in una certa misura avverati. Da un certo punto di vista è incredibile».

Chiuda gli occhi e provi a pensare al suo primissimo ricordo da bambino.

«Ci sono io per strada che gioco a tirare un pallone contro il muro. Avrò tre anni e gioco per ore e ore, da solo, a fantasticare. Era il muro di casa, ma qualunque altro muro sarebbe andato bene».

Ricorda il primo pallone tutto suo?

«Sì, perché è anche legato a un bellissimo gesto che mi porto dentro ancora oggi. Quando avevo poco meno di tre anni venni ricoverato e operato per un’ernia inguinale. Venni dimesso e per il mio compleanno i giocatori della Corrasi, insieme a mio padre, che era il presidente della squadra, si presentarono con un pallone tutto per me. Una gioia indimenticabile. Chiaramente poi quel pallone l’ho consumato».

Ricorda la prima partita vista in tv?

«Quando ero bambino a Oliena le famiglie che avevano la tv erano abbastanza poche. Ricordo i Mondiali del 1978, visti tutti insieme a casa dell’unico parente che avesse la televisione a casa. Ma i ricordi più nitidi sono quelli legati al 1982, quando ero già un po’ più grandetto: quei mondiali mi hanno cambiato la vita».

In che senso?

«Vedevamo le partite tutti insieme, abbiamo trascorso momenti magici. Non ho mai nascosto di essere diventato un calciatore soprattutto grazie alla spinta nata mentre guardavo quei ragazzi con la maglia azzurra. Un impatto fulminante, un’ispirazione straordinaria».

E pensare che i bambini di 15 anni di oggi non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali...

«Parlo spesso di questo tema perché so cosa hanno significato per me quei momenti. E non mi capacito delle occasioni che ci stiamo perdiamo. Ora bisognerà lavorare tutti insieme per cercare di ripartire e riportare il calcio italiano ai livelli che ci competono».

Ricorda il suo primo gol?

«Il primissimo no, ma se scavo nei ricordi ce n’è uno che mi ha dato molta sicurezza, oltre che tanta gioia: lo realizzai con la maglia della Nuorese, mi pare contro l’Alghero. Non giocavo da un mese per un problema fisico, poi entrai nel secondo tempo e feci gol dopo pochi minuti. Un gran bel gol, mi permetto di dire».

Lei ha segnato in tutte le categorie, dall’Interregionale alla serie A, sino alla nazionale e alle coppe europee, compreso il gol decisivo nella finale di Coppa delle Coppe 1998, anche in quel caso entrando dalla panchina. Ma a quale dei suoi tanti gol è maggiormente legato?

«Sono affezionatissimo al mio primo gol in serie A, segnato al San Paolo con la maglia del Napoli contro l’Atalanta. Quello fu un momento molto significativo per me».

Torniamo alle prime volte: ci racconta il suo primo appuntamento?

«Fu con la persona che poi sarebbe diventata mia moglie: venne a Oliena a trovare una compagna di scuola, che era mia cugina. Ci conoscemmo lì, a casa dei miei zii».

Il primo bacio?

«Ero un ragazzino estremamente timido, ma capitò già quella prima sera. Un bacino dato un po’ di sfuggita, forse, ma in fin dei conti molto importante».

Il suo primo stipendio come calciatore?

«Un rimborsino, più che uno stipendio. Erano pochi spiccioli, con i quali forse potevi comprarti una pizza. Ma fu bellissimo, un momento di grande soddisfazione».

La prima auto?

«Una Renault 9. La comprai in società con mio padre con i miei primi risparmi di quando giovavo alla Nuorese, prima di andare a Sassari. Diciamo che mio padre pagò una quota tipo dell’80 percento e io misi la differenza...».

Ricorda il suo primo autografo?

«Sì, me lo chiesero a Sassari poco tempo dopo essere arrivato alla Torres. Ma anche c’è dietro una storia».

Siamo tutto orecchie.

«Dicevo prima che ho sempre sognato di fare il calciatore, di diventare famoso. Sognavo anche che qualcuno mi chiedesse un autografo, e allora a casa prendevo carta e penna e facevo prove e controprove per cercare di inventarmi la firma giusta: una bella firma, da vero calciatore».

Chissà poi quante migliaia di volte l’ha fatta.

«Tutte le volte che me l’hanno chiesta, senza mai negarmi. Ho sempre cercato di mantenere quello spirito che mi ha accompagnato per tanto tempo, quando ero un giovane sognatore, e credo di esserci riuscito».

Quale è il più grande sportivo che le ha chiesto una foto?

«Sono un grande appassionato di golf e mi onoro di essere un grande amico di Francesco Molinari, un campione incredibile».

E Maradona?

«L’ho detto tante volte ma lo ripeto volentieri. L’incontro con Maradona mi ha cambiato la vita in tutti i sensi. Per i giovani come me, che giovavano nello stesso ruolo, era un faro. Il numero uno era lui, insieme a platini e zico. Ho avuto la fortuna di giocare con Diego e poi di conoscere gli altri due. Proprio come un bambino, è stato come realizzare un sogno ma soprattutto ne ho tratto grande vantaggio, sono persone che mi hanno dato tanto».

Le capita di guardare i vecchi filmati dei suoi gol?

«Per tutta la carriera e per diversi anni dopo avere smesso non l’ho mai fatto, o l’ho fatto raramente. Ho sempre cercato di guardare avanti e non indietro. Ora qualcosa mi capita di rivederla, ma senza esagerare, ho ancora strada da percorrere».

Che sensazioni prova quando riguarda le sue prodezze?

«Lo dico in tutta sincerità, mi danno gioia e soddisfazione. Sono orgoglioso del mio percorso. E in più col tempo ho imparato un’altra cosa: in certi momenti c’è bisogno di ricordare quello che hai fatto, di rivedere certe emozioni per non stare troppo a pensare a non a quello che non hai fatto. A volte capita di fermarsi a riflettere su come sarebbe potuta andare quella determinata cosa. No, meglio essere felici del passato e andare avanti».

Oggi cosa la fa emozionare?

«Tante cose. Nel campo dello sport, ovviamente le belle giocate, i grandi gol. Ma mi colpiscono i grandi gesti seguiti dall’umiltà e umanità mostrate nel viverli dopo. Vedere Sinner fare un colpo straordinario e poi essere “down to heart”, cioè con i piedi per terra, è qualcosa che apprezzo molto e mi emoziona».

E al di fuori dello sport?

«Cose semplici, come un bel film, un tramonto da qualche parte in Sardegna. Ma mi commuovo anche ogni volta che da Londra atterro in Sardegna, scendo dalla scaletta dell’aereo e sento il profumo delle ginestre o della macchia mediterranea. È incredibile, lo notavo anche quando giocavo e lo sento ancora».

Quali sono i suoi luoghi del cuore in Sardegna?

«Ci sono tanti posti che per me sono molto significativi, nei quali mi sento a casa. Ormai da anni la mia oasi è Puntaldia, ma ogni volta che torno a Oliena per me è speciale».

Cosa le piace di meno della Sardegna?

«La nostra è una terra magnifica popolata da gente meravigliosa. Siamo un po’ scontrosi all’inizio, e questo non è un luogo comune, ma sappiamo apprezzare le persone vere. Dovremmo essere un po’ più intraprendenti, avere più iniziativa e metterci noi a fare le cose invece di aspettare che le facciamo gli altri. Abbiamo una tendenza storica a fare il minimo per sopravvivere e accontentarsi. Questo è bello, ma a volte bisogna anche mettersi in gioco e rischiare, provare, cercare di creare un valore aggiunto».

Lei è amato in tutta l’isola da Cagliari alla Gallura, da Sassari al “suo” Nuorese, ma è molto apprezzato oltre mare. Anche ora che le sue imprese sportive sono lontane nel tempo, è un grande ambasciatore della Sardegna nel mondo. Che effetto le fa?

«Mi fa sentire davvero orgoglioso. È qualcosa che apprezzo e per la quale ringrazio, ma ricordo a me stesso di non prendermi troppo sul serio. Ogni giorno faccio di tutto per essere una persona migliore in tutto quello che faccio. E ci riesco perché in ogni momento mi sforzo di ricordarmi di non essere importante: non importa che risultati hai raggiunto, c’è sempre altro da fare nella vita. Non ci si deve fermare, bisogna vivere sino in fondo e al meglio delle proprie possibilità».

Anche in questo lei dimostra di essere speciale.

«Non so se sono speciale, di certo mi voglio sentire vivo, utile e motivato ogni giorno. Smettere di giocare non è semplice: da un momento all’altro non sei più quello che volevi essere sin da bambini. C’è un prezzo alto da pagare, ma se hai l’atteggiamento giusto puoi iniziare ad apprezzare tante altre cose. Il percorso prosegue, la vita va avanti: sono questi i principi che mi guidano».

Che augurio si fa per questi 60 anni?

«Di alzarmi ogni giorno e avere questa gioia, questa forza di vivere la vita con interesse e piacere, insieme alle persone che mi vogliono bene».

Cosa augura alla Sardegna?

«Amo con tutto me stesso la mia terra e la mia gente. Ai sardi auguro ogni bene, con la speranza che si continui a crescere creando maggiori opportunità per i giovani. Cercare gloria fuori va bene, l’ho fatto anche io, ma non deve essere una scelta obbligata per chi vuole crescere».

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