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Concessioni balneari, Confindustria: «In Sardegna si applichi il modello Calabria»

di Massimo Sechi
Concessioni balneari, Confindustria: «In Sardegna si applichi il modello Calabria»

Gli industriali chiedono alla Regione di evitare l’applicazione generalizzata della Bolkestein: proroghe possibili dove i Comuni escludano la scarsità degli arenili e l’interesse transfrontaliero

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Sassari Trasferire in Sardegna il “modello Calabria” per evitare che tutte le concessioni balneari finiscano indistintamente a gara alla scadenza del 30 settembre 2027. È la proposta avanzata da Confindustria Sardegna alla Regione dopo la decisione del Governo di non impugnare la legge approvata a maggio dalla Calabria.
La norma introduce un percorso che non cancella la direttiva Bolkestein, ma ne subordina l’applicazione a una ricognizione a livello locale. Prima di indire le procedure pubbliche, ogni Comune costiero deve accertare se nel proprio territorio vi siano una reale scarsità della risorsa spiaggia oppure un interesse transfrontaliero certo. Se viene riconosciuta una delle due condizioni, il Comune deve procedere con la gara. Se invece entrambe vengono escluse, le nuove concessioni possono essere assegnate nel rispetto dei principi di pubblicità, imparzialità e trasparenza e quelle esistenti possono essere prorogate per una durata corrispondente a quella prevista per i nuovi affidamenti. Un precedente che, secondo gli industriali, può essere utilizzato anche nell’isola per affidare ai territori la verifica della reale disponibilità delle spiagge e, dove non esista una condizione di scarsità o un interesse transfrontaliero certo, consentire la prosecuzione delle concessioni in essere. In base al calendario nazionale oggi in vigore, le procedure per i nuovi affidamenti dovrebbero essere espletate entro il 30 giugno 2027, mentre gli attuali titoli conservano efficacia fino al successivo 30 settembre.
La palla è passata dunque alla Regione. L’associazione sollecita l’adozione di un provvedimento che riconosca le caratteristiche del litorale sardo, dove soltanto il 20,7 per cento delle spiagge risulta occupato da stabilimenti balneari, campeggi o complessi turistici. La Regione però non si è ancora espressa e l’assessore agli enti locali e urbanistica Francesco Spanedda, interpellato, ha fatto sapere che sono in corso le valutazioni sull’eventuale applicazione del “modello Calabria” e non ha voluto rilasciare ulteriori dichiarazioni.
Il fatto nuovo, come detto, è la scelta del Consiglio dei ministri di non sollevare una questione di legittimità costituzionale contro la legge calabrese. La norma, tra l’altro, contiene anche una disposizione per gli stabilimenti danneggiati dagli eventi meteorologici eccezionali dei primi mesi del 2026, il ciclone Harry che ha colpito duramente anche la Sardegna. In quei casi la proroga può arrivare fino a 5 anni, per consentire il ripristino delle strutture e il recupero degli investimenti. Secondo gli industriali non sarebbe indispensabile approvare una nuova legge regionale: potrebbe bastare una deliberazione della Giunta che adegui l’applicazione della legge regionale numero 9 del 2006 e stabilisca criteri uniformi per le ricognizioni affidate agli enti locali. Confindustria sottolinea che il comparto sardo è formato soprattutto da micro e piccole imprese, spesso a conduzione familiare. L’incertezza sul futuro dei titoli, sostiene l’associazione, scoraggia gli investimenti, rende più difficile mantenere i livelli occupazionali e rischia di favorire i grandi gruppi finanziari a discapito degli operatori locali. Nelle lettere alla Regione viene richiamata anche la funzione svolta dalle imprese balneari nella pulizia e nel presidio degli arenili, nei servizi di sicurezza e salvataggio e nel sostegno all’offerta turistica. Per Confindustria, la disponibilità delle spiagge e le caratteristiche del settore giustificano una valutazione territoriale anziché un’applicazione generalizzata delle gare. La partita resta aperta. Il mancato ricorso del Governo ha trasformato la legge calabrese in un possibile riferimento per altre Regioni, ma il calendario continua a indicare il 2027 come l’anno delle gare. La Giunta deve ora decidere se seguire la strada proposta dagli industriali.


 

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