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L’analisi

Partite Iva a forfait, il rischio povertà è doppio rispetto ai dipendenti: in Sardegna sono quasi 50mila, ecco quanto guadagnano

Partite Iva a forfait, il rischio povertà è doppio rispetto ai dipendenti: in Sardegna sono quasi 50mila, ecco quanto guadagnano

L'allarme della CGIA di Mestre: il 18,8% degli autonomi rischia l'indigenza, con picchi del 31,6% nel Mezzogiorno. E la flat tax a 100mila euro è «una bolla di sapone»

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Roma Essere lavoratori autonomi in Italia oggi significa muoversi su un terreno minato, fatto di flessibilità estrema, scarse tutele e un rischio povertà che è più che doppio rispetto a quello dei lavoratori dipendenti. A scattare la fotografia impietosa del "popolo delle partite Iva" è l'Ufficio studi della CGIA di Mestre, che analizza la fragilità strutturale di un settore spesso dipinto erroneamente come un eldorado fiscale. I dati parlano chiaro: tra gli autonomi la quota di chi rischia la povertà si attesta al 18,8%, contro il 7,9% dei salariati. Una forbice che si allarga drammaticamente nel Mezzogiorno, dove quasi un autonomo su tre (il 31,6%) naviga in cattive acque, a fronte del 15,1% dei dipendenti.

Nessuna tutela sociale

Il rovescio della medaglia dell'indipendenza lavorativa è l'assenza totale di un paracadute sociale. A differenza dei dipendenti, i circa 4 milioni di titolari di partita Iva registrati dal Mef non possono contare su indennità di malattia, ferie retribuite, permessi, Tfr, tredicesima o quattordicesima. Se un autonomo si ammala o l'attività si ferma, il reddito si azzera. Non esiste la Cassa integrazione nei momenti di crisi temporanea, né una Naspi robusta in caso di chiusura definitiva, mentre l'Iscro, lo strumento pensato per la disoccupazione autonoma, offre coperture limitatissime. Per sostenere la fascia più vulnerabile, nel 2015 fu introdotto il regime forfettario con un'aliquota al 15% o al 5% per i primi cinque anni.

Quante sono le partite Iva forfettarie

Oggi i forfettari sono diventati quasi 2 milioni su un totale di 4 milioni di partite Iva. Spesso si tratta di giovani professionisti, psicologi, medici, fisioterapisti, tecnici, ingegneri e legali senza dipendenti né strutture complesse. La loro realtà economica è ben lontana dai cliché: secondo i dati della Corte dei Conti, il reddito medio annuo dichiarato al netto delle perdite è di appena 17.180 euro. Guardando alla distribuzione territoriale, i grandi numeri si concentrano nelle regioni più popolate.

La distribuzione regionale

La Lombardia guida la classifica nazionale con circa 356.500 contribuenti forfettari, pari al 17,9% del totale, seguita dal Lazio con 231.023 e dalla Campania con 177.090. Anche la Sardegna recita una parte significativa in questo panorama, contando 49.552 contribuenti in regime forfettario, che corrispondono al 2,5% dell'intero totale nazionale. Sul fronte dei guadagni medi, a livello nazionale svetta la Provincia Autonoma di Bolzano con 20.450 euro, seguita da Trento e Lombardia, mentre agli ultimi posti si posizionano le regioni del Sud e delle Isole: in Sardegna il guadagno medio ricavato è 16.600 euro. In questo scenario si inserisce la polemica politica legata al disegno di legge di Bilancio, che ha innalzato a 100mila euro la soglia di ricavi per accedere al regime forfettario, prevedendo l'uscita immediata oltre i 115mila. Una misura che ha scatenato le ire delle opposizioni e dei sindacati, convinti si tratti di un regalo ai ceti più ricchi. Tuttavia, la Cgia ridimensiona drasticamente il caso definendolo una bolla di sapone. L'impatto economico della misura è infatti minimo, dal momento che costa allo Stato 260 milioni di euro, rappresentando appena l'1% del valore complessivo della manovra. A trarne vantaggio saranno circa 41.000 partite Iva, facendo crescere l'attuale platea dei forfettari di un impercettibile 2%.

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