La lunga sfida del magistrato che non si è mai arreso
SASSARI. Gianni Caria, il magistrato titolare dell’inchiesta sull’omicidio di Alina Cossu (l’aveva ereditata dopo la prima parte non proprio ordinata che aveva lasciato troppe falle) non si è mai...
SASSARI. Gianni Caria, il magistrato titolare dell’inchiesta sull’omicidio di Alina Cossu (l’aveva ereditata dopo la prima parte non proprio ordinata che aveva lasciato troppe falle) non si è mai arreso. Le ha tentate tutte per arrivare a inchiodare l’assassino della studentessa di Porto Torres, ma una dopo l’altra le opportunità sono purtroppo svanite. Anche l’ultima, quando nel luglio dello scorso anno ha chiesto e ottenuto la revoca della sentenza di non luogo a procedere nei confronti dell’operaio di Porto Torres Gianluca Moalli (l’unico arrestato nel corso degli anni e poi prosciolto). Il magistrato aveva indicato nuove fonti di prova (una testimonianza non resa in precedenza e quindi non conosciuta dal Gip) e la necessità di ricercare eventuali tracce biologiche da comparare con il Dna degli indagati. Da qui la riesumazione del cadavere di Alina Cossu e l’affidamento della perizia a un medico legale di chiara fama come Ernesto D’Aloja. «Vediamo», disse il giorno in cui assunse l’incarico, lasciando trapelare una speranza, supportata anche da altri casi analoghi risolti. Invece niente, sotto le unghie di Alina Cossu non c’era più traccia di elementi che potessero portare a identificare il suo assassino.
Ora anche il magistrato si è fermato, ma non per sempre. Ha predisposto la richiesta di archiviazione perché quegli indizi non sono diventati prove, perché chi ha confidato delle cose poi ha detto di non ricordare. Perché nell’omicidio di Alina sono troppi quelli che hanno visto e poi dimenticato, che hanno raccolto e trasferito testimonianze e poi hanno avuto strane amnesie. Allora un magistrato non può fare altro che archiviare, pronto a ripartire. Perché la resa è un’altra cosa. (g.b.)
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