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Il viaggio artistico di Pinuccio Chessa, dai gessetti alle sculture: «Qui l'arte è ancora un gioco»

di Franco Cuccuru
Il viaggio artistico di Pinuccio Chessa, dai gessetti alle sculture: «Qui l'arte è ancora un gioco»

A Usini la bottega Sensos apre le porte ai visitatori, tra opere e fornelli

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Usini Prima delle tele, delle sculture e delle grandi opere c’erano le strade di Usini. Pinuccio Chessa, classe 1960, aveva quattro anni quando cominciava a disegnare sull’asfalto con i gessetti bianchi. Nella soffitta di casa lavorava invece il legno, intagliando tavole dalle quali ricavava spade, pugnali e scimitarre. Sembrava un gioco. E forse, per lui, continua a esserlo ancora oggi. Pinuccio Chessa, in arte Pikessa, possiede un talento che attraversa linguaggi diversi. Dipinge, scolpisce il legno e la pietra, osserva la materia e riesce a cogliervi forme che agli altri spesso sfuggono. Nelle sue opere c’è tecnica, ma soprattutto una sensibilità poetica che trasforma ricordi, volti, frammenti della Sardegna e suggestioni raccolte nel tempo in immagini e materia. Per anni questa capacità è cresciuta lontano dal bisogno di apparire. Oggi Chessa ha scelto di aprire agli altri il momento stesso della creazione: al Sensos lavora davanti alle persone, in una sorta di bottega aperta dove è possibile veder nascere un quadro, osservare il gesto dell’artista e seguire il passaggio dall’intuizione all’opera.

Quando ha capito che l’arte non era più un gioco?

«In realtà non ha mai smesso di esserlo. Il passaggio dai gessetti bianchi sull’asfalto agli strumenti che uso oggi per esprimermi non ha cambiato la sostanza: la forma si è evoluta, ma l’urgenza creativa è rimasta intatta. L’arte vissuta come gioco sfuma l’ansia da risultato; spesso è proprio nel momento in cui ci si concede di giocare che affiorano le soluzioni più autentiche e vigorose».

Un passaggio importante arriva tra il 1995 e il 1997, con l’esperienza nella bottega di Elio Pulli. Che traccia artistica ha lasciato quel periodo?

«Entrare nella bottega del maestro Elio Pulli è stato come compiere un salto indietro nel tempo, un’immersione totale in un’atmosfera dove l’arte si respirava a 360 gradi. Ricordo l’odore pungente della trielina, il profumo della trementina, del legno e della cera. Era una vera bottega rinascimentale: si passava dalla pittura alla scultura, dalla ceramica al restauro. Pulli non mi ha mai fatto lezioni, né mi ha mai detto cosa o come fare. Non mi ha insegnato nel senso tradizionale del termine: mi ha fatto un dono molto più grande, mi ha insegnato a saper guardare. È una lezione di vita e di visione che porto ancora oggi in ogni mia opera».

La sua ricerca si alimenta attraverso riferimenti molto diversi: Giotto, Rembrandt, Boldini, Biasi, Medardo Rosso, Picasso e Burri. Cosa cerca in linguaggi artistici così differenti?

«Per me l’arte è un viaggio di continua scoperta, dove ogni opera non nasce mai da una regola, ma da un incontro: quello tra il frammento di un ricordo, uno spunto casuale e l’emozione di un attimo che chiede di essere fermato. Prendo questi frammenti, li scompongo e li rielaboro a modo mio, trasformando la memoria viva in colore, segno e materia tridimensionale. Non mi sono mai racchiuso in una sola forma o in un unico linguaggio. Porto dentro di me la solennità di Giotto, la luce di Rembrandt, il dinamismo di Boldini, la radice di Biasi, la fluidità di Medardo Rosso, la scomposizione di Picasso e la forza materica di Burri».

Dentro questo percorso la Sardegna rimane il punto di partenza. Quanto ha Usini nel suo modo di dipingere?

«Il legame con la Sardegna non è un richiamo nostalgico, ma il fondamento della mia ricerca, che unisce pittura e scultura. La mia sensibilità per la materia nasce da un’esperienza infantile: l’immersione fisica nel grano, che mi ha insegnato a percepire la materia come qualcosa di vivo e accogliente».

Poi sono arrivati il distacco dall’isola e altre esperienze.

«L’allontanamento dalla Sardegna, il mio amore per il volo e l’impatto con la realtà industriale di Torino hanno cambiato il mio modo di guardare forme, luce e memoria. Poi sono arrivati Pechino, Hong Kong e Macao. Il contatto con culture profondamente spirituali ha allargato i confini del mio lavoro e ha collegato ancora di più le mie radici a qualcosa di universale».

Parliamo di scultura. Quando ha davanti uno di questi grandi ceppi, sa già cosa diventerà?

«Non c’è mai un’idea rigida all’inizio, perché di fronte a una grande radice non puoi imporre la tua volontà: devi prima saper ascoltare. La materia ha una sua energia, una sua anima e con lei nasce un dialogo profondo. Non impongo una forma, ma libero i volti e le figure che sembrano già dormire nelle sue cavità. Anche il colore non è una semplice decorazione. Lo tratto come materia viva, una linfa che riaffiora dalle venature».

Una delle opere che hanno segnato il suo percorso è “Gloria”, il monumento realizzato a Roma in memoria dei Vigili del Fuoco caduti nella tragedia di via Ventotene. Perché proprio “Gloria”?

«Gloria ha per me tre significati: è il nome di mia figlia, quindi l’affetto familiare più caro; è la gloria e l’onore del lavoro e del sacrificio dei Vigili del Fuoco; ed è la gloria intesa come memoria, per rendere vivo il ricordo dei colleghi tragicamente caduti».

Tra i lavori ai quali è maggiormente legato uno nasce durante un’estemporanea, davanti a una grande zucca rugosa.

«Ero circondato da professionisti affermati. Invece di competere sul loro terreno decisi di seguire l’istinto. Spaccai una grande zucca e mi lasciai ispirare dai filamenti e dai semi che c’erano dentro. Ne nacque un’opera fantastica, non capita subito, ma che mi permise per la prima volta di raccontare davvero il mondo visto con i miei occhi».

Poi c’è il Sensos. Qui la storia dell’artista Pikessa incontra quella del cuoco. Quadri, decorazioni e opere convivono con tavoli, bancone e fornelli. Arte e cucina seguono lo stesso principio? Cos’è il Sensos per te?

«È la mia galleria viva e il mio rifugio. È il luogo dove pittura e cucina si incontrano per raccontare l’identità sarda e il respiro ampio del Mediterraneo, tra i toni caldi della terra, le sfumature del mare alle pareti e i piatti in tavola». 

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