San Martino, i compratori ci sono ma resta il nodo dei veleni: quanto costa bonificare la discarica?
Diossine e arsenico nel sottosuolo, il sindaco Mascia dice che i potenziali acquirenti non mancano: grandi investitori, alcuni legati a Singapore
Sassari I compratori ci sarebbero, i soldi, pure. E perfino la disponibilità a pagare per ripulire quello che trent’anni di attività industriale hanno lasciato sottoterra. Manca soltanto un dettaglio: sapere quanto costa il disastro. Così la San Martino, che per generazioni ha imbottigliato una delle acque più conosciute della Sardegna e che adesso custodisce nel sottosuolo arsenico, diossine e altri veleni, potrebbe tornare a produrre. Ma resta prigioniera di un conto che nessuno ha ancora presentato.
Il sindaco metropolitano Giuseppe Mascia racconta che gli aspiranti acquirenti non mancano. Sono grandi investitori, alcuni sardi, altri legati a capitali di Singapore con riferimenti nell'isola. I nomi, per ora, restano riservati. «È facile immaginare chi possano essere gli interessati: sono le grosse aziende del settore già presenti sul mercato», spiega Mascia. E aggiunge che diversi interlocutori si sarebbero dichiarati disponibili ad accollarsi anche le spese di bonifica. Naturalmente a una condizione: conoscere prima l'importo. Perché un conto è comprare una fabbrica, un altro è acquistare una fabbrica con una discarica clandestina sotto i piedi. Ed è proprio questo il problema.
La San Martino è chiusa dal 3 aprile 2025, giorno in cui il Tribunale di Sassari ne ha dichiarato la liquidazione giudiziale. Lo stabilimento è sotto sequestro. Il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri di Sassari ha documentato una contaminazione del terreno che in alcuni punti raggiunge concentrazioni di arsenico superiori di oltre 560 volte alla soglia prevista. Le sorgenti, per fortuna, sono a monte dell’impianto e dunque distanti dalle sostanze. Ma il costo necessario per mettere in sicurezza e risanare l'area non è stato ancora quantificato. E senza quella cifra diventa difficile immaginare una gara, un investimento, una ripartenza.
«La nostra volontà è trovare un modo per poter inserire all'interno della gara pubblica anche la cifra necessaria per le bonifiche», dice Mascia. Rimettere sul mercato lo stabilimento e verificare se chi lo prenderà in gestione potrà assumersi anche l'onere di ripulirlo. Nessuna corsia preferenziale, assicura il sindaco. Gli interessati partiranno tutti dallo stesso punto.
Nel frattempo le carte raccontano una storia parallela. Quella di uno stabilimento che il curatore fallimentare ha cercato di restituire al proprietario pubblico e che il proprietario pubblico si è rifiutato di riprendere in consegna. Non una volta sola.
Il 12 agosto 2025, nello stabilimento di Codrongianos, si incontrano il curatore Giovanni Franco Sotgiu, il perito della procedura e i rappresentanti della Città metropolitana. Sul tavolo ci sono gli inventari, i macchinari, i beni in leasing, le attrezzature appartenenti a terzi. La curatela vuole riconsegnare l'azienda. L'amministrazione mette le mani avanti: accetterà soltanto i propri beni, pretende che vengano rimossi quelli altrui, smaltiti tutti i rifiuti e garantita la sicurezza degli impianti. Il verbale si chiude senza riconsegna. A settembre si tenta nuovamente. Niente da fare. Il 3 ottobre la curatela passa alle maniere formali: un atto di intimazione, firmato dall'avvocato Fodde, con la richiesta di intervento dell'ufficiale giudiziario. Nella ricostruzione della procedura fallimentare, il rifiuto dell'ente è illegittimo. E dal 12 agosto, sostiene la curatela, la Città metropolitana dovrebbe rispondere degli eventuali danni e degli oneri sostenuti per la mancata riconsegna. Una pretesa, naturalmente, non una responsabilità accertata. Mascia respinge l'idea che dietro quel rifiuto ci fosse il sospetto di un inquinamento più esteso di quanto si conoscesse. «Non c’era questo pregiudizio dietro la nostra decisione», precisa. Il problema era un altro: l'amministrazione non disponeva di informazioni sufficienti per ricevere in consegna un complesso industriale con tutti i suoi beni e impianti. «Se le informazioni non sono complete, l'amministrazione non si prende in carico tutto il bene che era in mano a un privato sino a pochi giorni prima. È un po’ come con i lavori pubblici: non si prende in carico un cantiere se non sai perfettamente cosa c’è dentro, se non c’è un inventario preciso».
E qualche ragione per chiedere chiarimenti emerge anche da un altro documento. Il 19 settembre 2025, durante un'ispezione nello stabilimento, tre tecnici del settore Ambiente della Città metropolitana trovano rifiuti sparsi nelle aree esterne e all'interno dei fabbricati. Vetro, plastica, carta, metalli, legno, pneumatici, pile, rottami, materiali contaminati. Una quantità che gli stessi ispettori definiscono difficilmente quantificabile. Chiedono alla curatela di documentare la presenza dei rifiuti, classificarli, misurarli. E chiedono chiarimenti anche su un serbatoio di olio combustibile, sulla sua dismissione e messa in sicurezza.
Mascia annuncia che nei prossimi giorni si cercherà di adottare un provvedimento per imporre gli interventi di bonifica. Ma rimane la domanda più scomoda: chi paga se i soggetti obbligati non hanno denaro sufficiente? Il sindaco ipotizza un possibile intervento pubblico, con l’opzione di prevedere nella prossima gara per l’affidamento la metà dei costi di bonifica. Si tratta naturalmente solo di una congettura. Il progetto politico resta salvare tutto ciò che può ancora essere salvato: la risorsa idrica, lo stabilimento, la produzione, il lavoro. Resta da capire quando si potrà passare dalle intenzioni ai fatti.
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