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Dino Meneghin: «Dal Brill ai trionfi di Sassari, quanta passione in questa terra»

di Andrea Sini
Dino Meneghin: «Dal Brill ai trionfi di Sassari, quanta passione in questa terra»

Il leggendario cestista racconta il suo rapporto speciale con l’isola. «Ho conosciuto le bellezze del mare e anche i tempi eroici del vostro basket»

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«Conosco abbastanza bene la Sardegna e la frequento da così tanti anni da poter dire che non è solo una terra fantastica, ma è anche e soprattutto una terra di basket». Di basket se ne intende, Dino Meneghin, 76 anni domenica prossima, leggenda vivente della palla a spicchi e dello sport italiano. Che con la nostra isola ha un rapporto speciale praticamente da mezzo secolo, fatto di partite, vacanze, stage, eventi da dirigente e frequentazioni personali. Il gigante nato nel Bellunese e cresciuto a Varese, che tra la Brianza e Milano ha scritto le pagine più importanti della sua carriera, da molti è ancora oggi considerato il cestista italiano più forte di tutti i tempi. Di certo, con una carriera che ha attraversato ben 4 decenni (dagli esordi nel 1966 al ritiro nel 1994), Dino Meneghin ha segnato un’epoca e al suo nome è legata anche l’epopea azzurra dei primi anni Ottanta, con l’argento olimpico di Mosca e l’oro europeo di Nantes.

Ricorda la prima volta in Sardegna?
«Certo, una vita fa. Giocavo con l’Ignis Varese e venimmo a Cagliari per affrontare il Brill. Grandi sfide, grande entusiasmo. Per la Sardegna del basket era un po’ un’epoca eroica, ma le basi per tutto quello che è arrivato dopo evidentemente erano già solide».

Un attimo: all’epoca del Brill, nel Cagliari calcio c’era Gigi Riva, che era delle sue parti ed era solo qualche anno più grande di lei. Vi conoscevate?
«Diciamo che io sapevo chi era lui e lui sapeva chi ero io. Ma nonostante provenissimo dalla stessa zona ci siamo incontrati di persona una volta sola, e fu proprio a Cagliari».

Come andò?
«Fu in occasione di una di quelle trasferte con l’Ignis. Entrammo in un ristorante, io e i miei compagni di squadra, e seduto a un tavolo in una zona appartata c’era lui. Era un campione famoso e non ci saremmo aspettati di trovarlo tutto solo in un angolo che mangiava tranquillo e si faceva i fatti suoi. Se ci pensiamo, è la cosa più da Gigi Riva che si possa immaginare. Mi avvicinai e ci scambiai qualche parola, mi sembrò naturale».

Parlava di un’epoca eroica della pallacanestro isolana.
«Beh sì. Noi eravamo la grande Ignis e quindi da un lato incutevamo un certo rispetto ma dall’altro tutti ci volevano battere. Però già allora più a sud di Roma c’era davvero poco basket ad alto livello e onestamente era bello vedere in un’isola tanto entusiasmo e tanta passione per questo sport. La passione, dei dirigenti ma prima ancora dei tifosi, ha fatto la differenza negli anni».

Fece in tempo a tornare a giocare contro una squadra sarda a fine carriera, tanti anni dopo. Venne a Sassari per affrontare la Dinamo sia con la maglia dell’Olimpia Milano, l’altro suo grande amore, e con la Stefanel Trieste. Ricorda quelle sfide?
«Le ricordo eccome. La Dinamo allora era una bella realtà di provincia, ma di fatto era il cantiere della grande Dinamo dell’ultimo quindicennio. Come era un cantiere il palazzetto, ricordo benissimo che la prima volta che giocammo a Sassari le tribune erano su tre lati, dietro un canestro c’era un muro perché mancava ancora la quarta gradinata. E anche qui ricordo nitidamente l’entusiasmo che si respirava. Ma ormai all’epoca ero diventato un habitué della Sardegna».

In che senso?
«Nel senso che già dalla fine degli anni Settanta l’avevo scelta come meta prediletta delle mie vacanze. La mia base fissa è sempre stata Porto Rafael, un posto delizioso che mi ha sempre affascinato, così come tutta la zona circostante. L’ho frequentato davvero per tantissimi anni. E poi sono tornato da voi varie volte come dirigente e presidente Fip. Con un episodio curioso che capitò a Sassari».

Cosa accadde?
«Dovevamo giocare con la nazionale la prima partita di qualificazione ai Mondiali al PalaSerradimigni. La partita era stata fissata per Ferragosto e ci rendemmo conto che il palazzetto non aveva aria condizionata. E col vostro caldo torrido sarebbe stato un problema. Allora andai di persona a parlare con il sindaco dell’epoca (Gianfranco Ganau, ndr), che capì al volo il problema e trovò in poco tempo una soluzione».

L’isola poi è riuscita a esprimere anche giocatori di alto livello. Da Marco Spissu, ormai da anni nel giro della nazionale, a Gigi Datome, che ha smesso da poco di giocare e che lei conosce bene. Come lo vede nei panni di dirigente?
«La sua carriera parla da sola. Ha vinto l’Eurolega, è andato in Nba e questo dice tutto. Si allenava seriamente, e poi è una persona straordinaria, di grande intelligenza e cultura. Anche come dirigente è valido, h a iniziato da poco e tra un po’ vedremo i risultati. In più lavora con persone capaci. Considerato lo spessore del personaggio, farà un ottimo lavoro anche da dirigente federale».

In Sardegna ha fatto qualcosa di importante un suo vecchio amico ed ex compagno di nazionale: Meo Sacchetti.
«Meo è uno dei miei idoli. Tosto, simpatico, allegro, sempre disponibile. In campo era un punto di riferimento per tutti: servivano punti, faceva canestro. Servivano rimbalzi, prendeva rimbalzi. Serviva difendere duro, lui era una roccia».

Si sarebbe mai immaginato di vederlo portare a casa un triplete da coach?
«Ho iniziato a capire che aveva qualcosa in più come allenatore ai tempi dei primi camp in Valsesia con i ragazzini: mi colpiva la sua pazienza nello spiegare i fondamentali, il suo talento nel creare uno spirito di squadra. Non avrei mai pensato che arrivasse a vincere un Triplete come ha fatto a Sassari, o che ottenesse ottimi risultati anche altrove e con la nazionale, ma il lavoro e la passione pagano sempre. E Meo ha sempre meritato il meglio dal basket e dalla vita».

Lei non ha mai allenato. Perché?
«Perché non sarei capace. Guardo le partite come un tifoso, mi immedesimo nei giocatori. Mi manca proprio il timing per i cambi. Anche quando ero team manager, ero talmente preso dal gioco che quando il nostro coach tirava fuori un giocatore io non capivo».

Il basket di oggi le piace?
«Sì, non mi piace fare la parte del vecchio trombone che dice che lo sport di una volta era meglio. È solo diverso: è più potente e veloce, più frenetico. C’è molto più tiro da 3 e questo merita un discorso: non mi piace l’esasperazione, il play che si masturba il pallone per 20 secondi con gli altri che aspettano sull’arco la palla per tirare da fuori. Questo no. Però se ci pensiamo il tiro da 3 rende possibili rimonte incredibili: ora anche se vai sotto di 20 puoi sempre tentare una rimonta».

Oggi lei che giocatore sarebbe?
«Sarei un’ala forte. Quando ho iniziato ero tra i più alti in assoluto e sono solo 2,05. Già mio figlio Andrea è 2 metri e giocava play. Mi adatterei, non farei molti blocchi, tirerei di più. Sicuramente anche da 3. A fine carriera a Trieste coach Bosha Tanjevic mi spingeva a provarci. Ma io gli dicevo: senti, se io vado fuori a tirare, poi i rimbalzi chi diavolo li prende?».

Come spiegherebbe oggi a un giovane cestista chi è stato Dino Meneghin?
«Ero uno al quale non piaceva perdere. Lavoravo duro in palestra, ma duro veramente, perché ero molto competitivo e odiavo fare brutte figure in campo. Avevo una totale dedizione nei confronti del giocatore che ero ma anche verso i compagni di squadra, i dirigenti, i tifosi. Un mio vecchio allenatore e maestro, Nico Messina, mi diceva sempre: vuoi accontentarti ed essere il più bravo del cortile? Se vuoi essere campione d’Italia devi allenarti e amare quello che fai. Ecco, io il basket l’ho amato tanto».

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