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Ambiente, così la scienza può risolvere i conflitti

Ambiente, così la scienza può risolvere i conflitti

L’ambiente e la sua difesa. Una questione intorno alla quale il conflitto tra visioni e opzioni differenti è all’ordine del giorno. Gli equilibri ecologi e il rispetto del valore di bene culturale...

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L’ambiente e la sua difesa. Una questione intorno alla quale il conflitto tra visioni e opzioni differenti è all’ordine del giorno. Gli equilibri ecologi e il rispetto del valore di bene culturale del paesaggio si scontrano con interessi economici non sempre legittimi e trasparenti. Dalle grandi questioni come l’alta velocità ferroviaria o le trivelle petrolifere sui fondali marini o l’urbanizzazione delle coste a fini turistici sino ai piani urbanistici dei più piccoli Comuni, la contesa tra moventi ideali e materiali spesso divergenti è cronaca quotidiana. Per stabilire un modello di approccio a questa lotta continua che consenta di risolvere il conflitto in sintonia con il bene comune, il Politecnico di Milano, insieme con l’Università di Sassari, ha dato vita a un corso intitolato «I conflitti ambientali: la prevenzione e la gestione con strumenti collaborativi», che si terrà a Milano dal 16 giugno al 14 luglio. L’idea è che non sempre, nella materia in questione, la risposta giudiziaria è quella più adeguata e tempestiva e che il ruolo della scienza e del sapere tecnico diventa fondamentale: per praticare soluzioni alternative alla gestione del conflitto occorre mettere in campo tanti diversi saperi. In quest’ottica e con questo spirito il corso è stato strutturato per accompagnare studenti e professionisti ad acquisire le competenze professionali necessarie al raggiungimento del target.

Tutela delle risorse

Tra i docenti che curano il corso c’è Veronica Dini, avvocato presidente del Centro studi Systasis. «I conflitti ambientali – spiega – propongono nuove sfide, sempre più complesse e urgenti, che richiedono l’individuazione di strumenti alternativi e innovativi per prevenire e affrontare i problemi connessi alla gestione del territorio, alla tutela delle risorse ambientali e alla crescente conflittualità che ne deriva. A fronte di tali fenomeni non sempre ricorrere alla magistratura è la soluzione migliore. Tra l’altro, dati i costi e la durata del procedimento giudiziario, spesso si rinuncia alla tutela dei propri diritti. Perciò si stanno moltiplicando esperienze che allargano all’ambiente le procedure di risoluzione alternativa delle controversie (ADR: Alternative Dispute Resolution) disciplinato dal decreto legislativo 130 del 6 agosto 2015».

Quali sono i vantaggi che possono garantire queste procedure alternative? «Le ADR – dice – Dini – consentono una veloce ed efficace soluzione dei conflitti e lo snellimento del carico giudiziario, poiché si procede per vie “alternative” senza ricorrere al giudice. Per fare questo è fondamentale la formazione del mediatore, anche nel senso della prevenzione della disputa. Perciò il corso organizzato dal Politecnico in collaborazione con l’Università di Sassari è rivolto sia a studenti e ricercatori universitari di varie discipline sia a un’ampia gamma di professionisti: avvocati, geometri, architetti, ingegneri, scienziati ambientali, biologi, chimici, operatori di aree protette, ambientalisti. L’acquisizione di nuove competenze professionali avverrà attraverso un percorso laboratoriale che apre al mondo della collaborazione ambientale, dei processi partecipativi e della gestione creativa dei conflitti».

Costi e benefici

Insomma, l’obiettivo è preparare consulenti tecnici in grado di aiutare le parti coinvolte nei conflitti ambientali a trovare possibili soluzioni. «I consulenti – dice ancora Dini – aiutano a comprendere le caratteristiche e gli impatti diretti o indiretti che possono discendere dalla realizzazione di un intervento o di un’attività, nello specifico l’entità dell’impatto, la sua reversibilità o persistenza nel tempo, le matrici ambientali coinvolte, i potenziali rischi per la salute pubblica, i ricettori sensibil. Successivamente, una corretta analisi dell’impatto consente di quantificare (per quanto possibile anche economicamente) il danno arrecato e di individuare gli strumenti più idonei ed efficaci per il ripristino dei luoghi, la mitigazione dei danni o la loro compensazione. In ultima analisi, per dirimere il conflitto».

Il fronte agricoltura

Due dei docenti che tengono il corso provengono dall’Università di Sassari. Sono Pier Paolo Roggero, del Dipartimento di Agraria, e Sante Maurizi, del Nucleo di ricerca sulla desertificazione.

«La mediazione dei conflitti ambientali – dice Roggero – sta diventando sempre più rilevante nella gestione delle risorse, praticamente in tutti i campi di attività. L’agricoltura è uno degli ambiti più rilevanti al riguardo, perché può essere vittima e attrice di impatti diffusi sul territorio, che rappresentano spesso l’effetto collaterale di eccellenze agroalimentari. Alle fisiologiche incertezze che caratterizzano gli investimenti nelle attività agricole, si sommano nuove incertezze associate al cambiamento climatico, alla instabilità dei mercati e alla giungla normativa, spesso basata su un approccio “comando-controllo” o “chi inquina paga”, che porta a rendere inefficaci le politiche di recupero ambientale e in definitiva a situazioni in cui perdono tutti».

Un esempio? «Eclatante – risponde Roggero – è quello derivante dalla applicazione della direttiva nitrati in Europa: per mitigare l’inquinamento delle risorse idriche causato dalla concentrazione di attività agro-zootecniche intensive, gli agricoltori devono adottare misure obbligatorie che in ambiente mediterraneo si sono rivelate poco o nulla efficaci e molto onerosi».

Alterazione dei cicli

«La vera causa dell’inquinamento infatti – prosegue Roggero – è legata alla profonda alterazione dei cicli dei nutrienti (ad esempiol’azoto e il fosforo) per il fatto che le produzioni di qualità di questi allevamenti dipendono da mangimi prodotti in terreni di paesi così lontani dai luoghi di allevamento da rendere praticamente impossibile il riciclo dei nutrienti nei terreni di origine. D’altra parte, le limitazioni normative rendono non competitive dal punto di vista economico le produzioni locali di mangime rispetto a quelle di importazione da paesi più permissivi rispetto alle colture geneticamente modificate o con climi più favorevoli alla produzione a basso costo. Lo spandimento dei reflui zootecnici nei terreni dove insistono gli allevamenti determina l’inquinamento delle falde. La soluzione definitiva del problema renderebbe economicamente insostenibile la filiera produttiva. Si genera così un conflitto tra produttori e amministratori responsabili dell’attuazione delle misure restrittive, senza che il problema si risolva. Ecco allora che per affrontare questioni di tale complessità è necessario intervenire a diversi livelli integrando conoscenza scientifica con approcci partecipativi che facilitino comportamenti volontari virtuosi, associando valore non solo alla qualità dei prodotti alimentari ma anche ai servizi ecosistemici associati all’attività agro-zootecnica».

Fridays for Future

Sante Maurizi collega il modello di governance dei conflitti descritto da Dini e da Roggero all’attualità più stretta: «Una delle conseguenze scarsamente considerate della pandemia è che ha alterato l’attenzione ai temi ambientali stimolata dai ragazzi dei Fridays for Future, costretti ad abbandonare le piazze. Ora le parole d’ordine del discorso pubblico sono “transizione ecologica”, “investimenti verdi” e simili: soluzioni tecnologiche per abbattere le emissioni di CO2, che necessitano di grandi risorse in capo all’UE e agli stati. Finanziate, cioè, a debito della corteggiatissima Next Generation EU: l’equivalente delle “grandi opere” nei lavori pubblici. Siamo tutti concentrati sulla “mitigazione”, cioè sulla riduzione delle emissioni, mentre è totalmente trascurato il tema dell’ “adattamento”, vitale oggi e almeno per tutto questo secolo vista la lunga durata dei processi di stabilizzazione dei gas serra nell’atmosfera. Ecco, questo dei cambiamenti climatici è il tipico tema complesso. Ma tutti i temi ambientali lo sono per definizione: i rifiuti, l’inquinamento dei suoli, la realizzazione e la gestione di un bacino idrico, di un gassificatore, di un’infrastruttura, la governance dell’acqua, l’impianto di una manifattura o di un campo fotovoltaico, portano con sé conseguenze spesso imprevedibili sull’ecosistema e sulle relazioni sociali. Perciò comunicare e attivare processi di condivisione di conoscenza è e sarà sempre più importante. Soprattutto “a monte” dei processi, per prevenire i conflitti».



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