Debora Caprioglio: «Non rinnego Tinto Brass, ma è il passato. D'estate frequento Santa Teresa: amo la vita di paese»
L'attrice veneziana in tournée nell'isola con "Plaza Suite". «Una commedia elegante. Al cinema sogno Pupi Avati»
Il suo successo è arrivato con il cinema erotico, quel “Paprika” di Tinto Brass che l’ha resa una delle attrici più popolari d’Italia. Ma Debora Caprioglio non è voluta rimanere l’icona di un’epoca, di un genere. Anzi, appena ha potuto, ha voltato pagina dedicandosi non solo al cinema, ma anche alla tv e al teatro. E ora arriva in Sardegna con la commedia “Plaza Suite” di Neil Simon, al fianco di Corrado Tedeschi e con la regia di Ennio Coltorti, che, sotto le insegne del Cedac, farà tappa giovedì 22 gennaio alle 21 ad Alghero, il 23 a Ozieri, il 24 a Meana Sardo e il 25 a Sanluri.
Debora, cosa sognava di fare da grande?
«Mi immaginavo medico, come tutta la mia famiglia. Ma ai tempi facevo anche danza classica. Avevo, dunque, una vena artistica in qualche modo legata al palcoscenico. Ed ero una bambina curiosa, sapevo che avrei fatto un lavoro che mi avrebbe portata in giro per il mondo».
Cosa prova quando pensa a quella ragazzina che vinse Un volto per il cinema?
«Molta tenerezza. Quella è l’età dei sogni, perlomeno ai tempi nostri. E anche del divertimento spensierato. Non c’era internet, non c’erano i social. Allora, prima di riprendere la scuola, era un passatempo anche fare cose del genere».
Chi erano i suoi miti?
«Quelli di mia mamma: Sophia Loren, Anna Magnani, Gina Lollobrigida. Mia mamma mi portava a vedere tutti i film della Loren: addirittura si pettinava come lei».
Il primo grande incontro fu Klaus Kinski: lo conosceva già?
«Conoscevo i suoi film, “Nosferatu”, “Fitzacarraldo” con Claudia Cardinale, ma non avevo collegato la persona al personaggio. Questa fu una componente di grande fascino. Klaus è uno di quei miti che rimangono. In Italia magari meno, ma in Germania gli hanno dedicato anche un museo».
Alcune sue colleghe hanno un pessimo ricordo di Kinski.
«Aveva un modo di fare molto particolare, alternava momenti di serenità ad altri di grande irruenza che si manifestava in modo molto importante. Probabile che loro lo abbiamo incontrato proprio in questi momenti».
Con Kinski sbarcò a Cannes: come era la Croisette?
«Anche lì ricordo un momento di grande irruenza. Aveva portato “Kinski Paganini” fuori concorso, perché non era stato selezionato in gara. Lui se la legò al dito. E quando durante la conferenza stampa una brava giornalista italiana stroncò il film si scatenò la sua ira. Fu un momento di grande bagarre, con i paparazzi che non chiedevano altro. Era una situazione quasi tragicomica. Al di là di questo, vivere da Cannes da giovanissima, trovarsi in quel mondo patinato fu come una favola».
L’altro grande incontro fu Tinto Brass: è vero che all’inizio rifiutò “Paprika”?
«All’inizio ci ho pensato bene. Poi ha prevalso l’incoscienza dei miei 21 anni. Mi sono detta: o la va o la spacca».
“Paprika” le ha dato il successo ma anche l’etichetta di attrice sexy, erotica: le pesava?
«È stato tutto molto inaspettato. Io ho voluto lavorare con Brass, perché lui - anche se molti non lo sanno - è stato un grande regista che ha diretto attori come Stefania Sandrelli, Vanessa Redgrave, Peter O’Toole. Non mi aspettavo però questa esplosione di popolarità. Ero in una sorta di trance, non mi rendevo neanche conto. Ma la cosa che mi premeva era indirizzare subito questa popolarità verso un tipo di carriera che potesse durare nel tempo. Con un film così chiacchierato rischiavo di rimanere una meteora. Con la stessa velocità con cui era arrivata, la popolarità poteva finire. Ho deciso di rimboccarmi le maniche, perché sapevo che la strada sarebbe stata molto lunga».
A chi deve la sua svolta?
«Sicuramente a Francesca Archibugi che mi ha scelta per “Con gli occhi chiusi”. È stata la mia prima prova importante da attrice. È stata una occasione meravigliosa. Da lì ho vissuto di rendita, è cambiato il registro del mio lavoro. È arrivato il teatro, sono arrivate le fiction...».
Tutto questo senza mai rinnegare Brass.
«Perché farlo? Anche quello fa parte di un percorso. Non si può fare finta che una cosa non sia esistita. Ho scelto di farlo, l’ho fatto, mi ha dato la popolarità. Poi mi sono impegnata al meglio per fare altro, ci sono riuscita e ne sono felice. Ormai al passato non guardo più. Anche nel privato tendo sempre a guardare avanti».
Il primo ricordo sul palcoscenico?
«Mi chiamò Mario Monicelli per “Una bomba in ambasciata” con Carlo Croccolo e Isa Barzizza. Alla prima di Borgio Verezzi l’emozione era così grande che mi si seccò la gola, ma da allora non ho più smesso».
Con Corrado Tedeschi siete quasi una coppia di fatto.
«Siamo al quinto spettacolo insieme. Tra noi c’è una grande sintonia, ci capiamo al volo. Ormai è come stare in famiglia».
Descriva “Plaza Suite”.
«Una commedia elegante che fa sorridere, e anche ridere, senza volgarità, senza parolacce. È un bel teatro, anche da vedere».
Ora arrivate in Sardegna: il suo legame con l’isola?
«La amo, vengo in vacanza ogni anno e tornerò anche il prossimo. Vado a Santa Teresa: mi piace la vita di paese, il cappuccino al bar, il giornale. Ma la Sardegna mi piace pure fuori stagione: la conosco più o meno tutta».
Nella sua carriera c’è anche tanta tv. Con Fabrizio Frizzi ha fatto la fiction.
«Fabrizio era amato dal pubblico. Ancora oggi resta uno dei personaggi più ricordati tra quelli che non sono più con noi. Ha lasciato un segno meraviglioso in chiunque abbia incontrato».
E Maurizio Costanzo?
«Mi divertiva molto. Non ho mai avuto la pretesa di fare la presentatrice. Ma quello con Costanzo è stato un periodo spensierato della mia vita».
Rimpianti?
«I rimpianti si hanno quando si pensa di non avere più futuro, io credo di avere ancora strada da percorrere. Non ho né rimpianti né rimorsi».
Un regista con cui vorrebbe lavorare?
«Pupi Avati, per come ha valorizzato tanti artisti».
Cosa le piacerebbe aggiungere al suo curriculum?
«Mi basta continuare a fare quello che faccio: chi fa il mio lavoro si augura la continuità».
