La Nuova Sardegna

L’intervista

Ambra Angiolini in teatro da regista: «Che bello venire in Sardegna, una meraviglia di terra»

di Alessandro Pirina
Ambra Angiolini in teatro da regista: «Che bello venire in Sardegna, una meraviglia di terra»

L’attrice arriva ad Alghero e Nora. Il suo legame e i suoi ricordi nell’isola: «Quando ero incinta venni qui a respirare. E a mangiare la zuppa al finocchietto»

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Nella sua carriera non si è mai risparmiata: conduttrice tv, attrice, cantante, speaker radiofonica, giudice di talent. Al curriculum le mancava la voce regista. Da questa estate quella lacuna è stata colmata. Ambra Angiolini arriva in Sardegna con la sua prima regia teatrale, “La misteriosa scomparsa di W” di Stefano Benni, produzione Teatro Carcano, che anni fa aveva già portato in scena come attrice diretta da Giorgio Gallione. L’appuntamento, sotto le insegne del Cedac, è per domani alle 21.30 a Lo Quarter di Alghero e sabato alle 20.30 nell’area archeologica di Nora per la Notte dei poeti.

Ambra, aveva già portato in scena “La misteriosa scomparsa di W” come interprete. Cosa è cambiato nell’incontro con questo testo di Benni nel momento in cui ha deciso di firmarne anche la regia?

«Mi sembrava un modo più delicato di metterlo in scena, attraverso il mio sguardo. È un testo che conosco più di me stessa. L’ho incrociato in un momento in cui non avevo mai approcciato neanche un’idea di monologo. L’ho letto per la prima volta nel 2007. Poi Stefano è morto e tutto è cambiato radicalmente. Oggi si sono invertiti i ruoli. Quando lo misi in scena anni fa era una donna che aveva perso il senno, ora è il mondo che l’ha smarrito del tutto».

Ha definito questo spettacolo un “soliloquio di gruppo”. Cosa significa per lei e in che modo il pubblico entra a far parte di questo dialogo?

«Quando ci sono io sul palco mi piace che il pubblico non sia intimorito dal contesto, che non si limiti ad accettare passivamente quello che accade in scena. Io penso, e continuo a sperare, che il teatro sia un’esperienza. Il pubblico può cambiare le sorti dello spettacolo a livello emotivo. Io mi aspetto che faccia quel lavoro che io - per scelta - non svolgo in prova: io arrivo al 9, il 10 e la lode me li aspetto da chi è in sala. Ovviamente ognuno lo fa a modo suo: c’è chi ride, chi piange, chi si fa domande. Se oggi c’è un posto vivo sono i live, dobbiamo conservarli. Che sia il concerto di Ultimo o il piccolo club: ciò che conta davvero è che ci sia condivisione di creatività».

La protagonista attraversa una profonda crisi d’identità. Quanto pensa che questa storia parli alle donne di oggi e, più in generale, a chiunque si senta smarrito?

«Nella mia messa in scena l’idea della donna è più chiara, in quella di Giorgio Gallione era un personaggio più fluido. Ma quella di oggi è una donna per caso, solo perché è lei la prima a parlare. Lo stesso grido di ribellione sarebbe potuto appartenere a un uomo».

L’universo immaginato da Benni mescola ironia, poesia e visioni quasi post-apocalittiche. Qual è stata la sfida più grande nel tradurre sulla scena questo equilibrio tra leggerezza e inquietudine?

«Ho avuto la fortuna di incontrare Stefano in un momento della mia vita in cui tutto quello che stavo vivendo mi stava formando, definendo. Io sono cresciuta con la sua visione, che mi ha salvata anche a livello personale. Il sarcasmo, l’ironia, il fatto di chiudere anche un dramma con una risata, sempre con l’angolo della bocca all’insù. Questo è quello che Stefano mi ha insegnato. Anche se è stato il primo a spaventarsi all’idea di consegnarmi questo monologo. Disse che lo faceva solo per la Siae…».

In questo suo primo allestimento la colonna sonora di Dardust e le creazioni di Cracking Art hanno un ruolo importante. Com’è stata questa prima volta da regista?

«È la prima volta ma fino a un certo punto. Quando fai tournée molto lunghe, anche se non sei regista, finisci sempre per dire la tua: in trent’anni di teatro ho visto e fatto di tutto. Di questo spettacolo posso dire che quell’idea era già disegnata nella mia testa, insieme alle musiche di Dardust. Io spero tanto che vada bene perché voglio conquistare la mia autonomia, voglio continuare a poter chiamare il pop, l’elettronica, perché la mia natura è questa e voglio rispettarla mettendo in scena anche le mie idee. Io sono un patchwork di tante cose e così voglio rimanere. Se facessi teatro diverso avrei bisogno anche di un pubblico diverso...».

Nel corso della sua carriera ha attraversato televisione, cinema, musica e teatro. Questo debutto come regista teatrale rappresenta un nuovo capitolo: cosa ha scoperto di se stessa guidando uno spettacolo dall’altra parte della scena?

«Di avere un buon carattere. Mi sono scoperta non tanto paziente, ma capace di trovare soluzioni, con un vero e proprio repertorio di idee. Quando fai solo l’attrice finisci per incastrarti in un ruolo, con rigidità umane ed emotive del tutto naturali, perché devi entrare in una forma. Quando dirigi, invece, quella forma la costruisci e poi ti trovi a lottare contro di essa. Con calma e lucidità, però, sono riuscita a trovare soluzioni grazie alla creatività. Dove mancavano i soldi, dove c’erano limiti oggettivi, c’ero io che ogni mattina mi chiedevo: cosa posso fare? Senza contare che avevo un’ottima squadra al mio fianco».

Dopo il teatro le piacerebbe stare dall’altra parte della scena anche al cinema?

«In realtà, quando inizi a rischiare e a prenderti delle responsabilità, capisci che puoi fare anche altro. Più che torturarmi nel tempo, vorrei approfondire, andare a cercare ciò che non ho ancora capito fino in fondo. Non escludo l’idea di un film da regista. Voglio iniziare a guadagnare anche grazie alle mie idee e non soltanto con la mia faccia».

Ai tempi di “Non è la Rai” avrebbe mai pensato che un giorno avrebbe diretto uno spettacolo teatrale?

«Dico un no grande come una casa. La cosa che apprezzo di me è che ho iniziato a camminare, forse senza avere una meta precisa, anche se in qualche modo me l’aveva indicata un gigante della tv (Gianni Boncompagni, ndr), che insieme a Irene Ghergo non smetterò mai di ringraziare. Ma se avessi guardato troppo lontano mi sarei spaventata. Ho scelto di andare avanti con le mie gambe, di camminare e di andare a cercarla...».

Lo spettacolo debutta nell’isola in due contesti molto diversi: Alghero e Nora. Quando lei pensa alla Sardegna cosa le viene in mente?

«Una meraviglia di terra a cui sono legatissima. Quando ero incinta di 4 mesi avevo nausee ovunque e venni un po’ in Sardegna per respirare. Ricordo che Salvatorico, il papà di Francesco (Renga, il padre dei due figli di Ambra Angiolini, ndr), mi disse: “Qui sei al sicuro: una zuppa di finocchietto selvatico e passa tutto”. Aveva ragione».

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