Fashion week, Marras porta l’isola a Milano: in passerella le nozze di Ippolita e Antiogu
Lo stilista algherese ha mostrato la sua Primavera Estate 2027
Milano torna Milano. Dopo un’estate rovente, la Fashion Week Primavera Estate 2027, in scena dal 22 al 28 settembre, la ritrova accogliente, con quel sole tiepido di inizio autunno che sembra fatto per stare fuori. E ieri, 23 settembre, in un piccolo giardino tra via Cola di Rienzo e via Moisè Loria, davanti allo spazio Nonostante Marras, è successo qualcosa di davvero inatteso: per una mattina Milano è diventata Sardegna. Antonio Marras ha portato qui la Primavera Estate 2027 e ha apparecchiato un matrimonio. Al centro del parchetto corre una lunghissima tavola sontuosa, carica di fiori, frutta, stoviglie e meravigliosi centrotavola. A terra tappeti preziosi e vissuti, come quasi tutto nel mondo di Marras. Intorno non ci sono soltanto giornalisti, buyer e ospiti. Ci sono il quartiere, i vicini, la gente affacciata alle finestre, chi passa e si ferma. Persino una signora del quarto piano - ci racconta lo stilista - che protesta perché gli alberi le coprono la vista. Per una volta la moda, regno per definizione dell’invito, apre la porta anche a chi l’invito non ce l’ha.
Sono le nozze di Ippolita e Antiogu, immaginate nel bel libretto di scena, materico e visionario, scritto come sempre da Patrizia Sardo Marras, da cui prende vita la narrazione della sfilata. Siamo ad Alghero, il giorno dopo la notte di San Giovanni, quella magica in cui tutto può accadere e confondersi. Poi arriva il matrimonio. Quello sardo di paese, che richiama i parenti sino al quinto grado, gli amici, gli amici degli amici, quelli tornati dall’altra parte del mondo: Tutti. E anche i personaggi vestiti da Antionio Marras sembrano avere già vissuto una notte prima di arrivare qui. Modelle e modelli di età diverse - bellissimi, di un’eleganza cinematografica - attraversano il giardino portandosi addosso frammenti di esistenze. Gli abiti non sono intatti, perfetti, vergini: hanno già una storia. A volte scivolano morbidi sul corpo, altre sembrano scolpirlo. I colori vengono dalla sabbia, dalla crema, dal miele, dalle pietre della Sardegna; poi arrivano il celeste polvere, il nero assoluto, il camouflage del vocabolario Marras. Chiffon, seta, organza, tulle e macramè si sovrappongono fra trasparenze, plissé, ricami, cristalli e incrostazioni. Il tempo entra nei vestiti e li rende diversi. È un lusso con una biografia. E persino i gioielli, pezzi unici realizzati per la sfilata, smettono di essere ornamento per diventare parte della storia.
Ma cosa è la moda per Antonio Marras? «La moda è un pretesto, come dico sempre, un fazzoletto di stracci per dialogare con le altre discipline. Il teatro, la musica, la danza sono per me fondamentali. Una sfilata concentra tutto in dieci minuti e in quei dieci minuti io cerco di raccontare veramente frammenti di vita». Questa volta Marras ha voluto aprire la sfilata - tra i presenti anche il premio Oscar Adrien Brody, Gabry Ponte e la modella Laila Hasanovic, fidanzata di Jannik Sinner - anche a chi sta fuori dal sistema della moda. «La moda di solito, giustamente, è un po’ esclusiva: richiede attenzione al settore, ai clienti. Ho provato a far sì che in questo momento diventasse più inclusiva. Mi piaceva che tutti potessero vedere almeno che cosa succede in una sfilata. Io vivo qua nella mia zona di Milano come se fosse veramente un piccolo rione, un piccolo paese». Ed è forse qui che il matrimonio di Ippolita e Antiogu smette di essere soltanto una magnifica messa in scena. In un tempo in cui l’inclusione sembra diventata merce rara, Marras apparecchia più posti.
Alla fine gli abiti hanno sfilato, ma nessuno se ne va. Ciascuno sfila ancora portando una sedia, verso la grande tavola e si siede. Un gesto semplice, quasi da paese: la sedia si prende, si sposta, si avvicina a quella di qualcun altro; la compostezza dura poco. Si formano gruppetti, i corpi si abbandonano, qualcuno si sdraia, qualcuno sale sul tavolo. La sfilata diventa coreografia, banchetto, vita. Una festa senza porte, dolce, scomposta, magnificamente imperfetta. E forse è proprio questa l’immagine che resta: a certe tavole sarde, se arriva qualcuno in più, non si domanda chi sia. Si prende un’altra sedia.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
.png?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=77386b3)