Sul sequestro i fantasmi della malattia

La procura acquisisce documenti sullo stato di salute dell’uomo che giovedì si è asserragliato in casa con due ostaggi

ORISTANO. Manca un tassello, forse non secondario, all’indagine sul sequestro e il tentato omicidio di via Lepanto. La procura, mentre la polizia svolge gli ultimi accertamenti nell’appartamento in cui Walter Mancini si è asserragliato giovedì coi due ostaggi poi liberati dal blitz congiunto della stessa polizia e dei carabinieri, attende il responso sullo stato di salute mentale dell’arrestato. Non è un aspetto secondario perché potrebbe far entrare l’inchiesta in uno scenario che va oltre gli aspetti meramente penali e cioè quello delle terapie per la salute mentale. Quello di giovedì potrebbe infatti essere l’ennesimo caso di un paziente che non segue le terapie e poi si ritrova al centro delle cronache.

La certezza è che per la terza volta in sei anni il capitano Francesco Giola si ritrova a salvare delle vite. Più che incroci del destino sembrano i rischi del mestiere che però il comandante della Compagnia di Oristano non ha certo scansato. È il carabiniere che giovedì notte, per immobilizzare Walter Mancini dopo l’irruzione, ha ricevuto una coltellata al costato e che si è salvato grazie al giubbotto antiproiettile che ha fermato il fendente pochi millimetri prima che la lame andasse oltre. La prima volta in cui si era reso protagonista di un salvataggio era stato nel 2014 a Thiesi, quando si era calato, proteggendosi con una maglia bagnata all’interno di una fossa satura di emissioni tossiche, dove giaceva privo di sensi un operaio. Era riuscito a riportarlo in superficie e a salvargli la vita. L’operaio si era infatti ripreso dopo il ricovero in rianimazione.

Il caso più delicato però l’aveva affrontato probabilmente a San Nicolò Arcidano nel 2018, quando un 37enne si era barricato in casa. Anche in quell’occasione c’erano degli ostaggi, il padre e la madre dell’uomo che poi erano riusciti ad allontanarsi dall’abitazione. D.P. minacciava però, oltre che di uccidersi, anche di voler fare una strage. Con sé aveva un coltello da cucina con una grossa lama, ma soprattutto aveva preso in mano una bombola dal quale aveva iniziato a far uscire il gas. Il rischio di un’esplosione si stava facendo sempre più incombente e anche allora il capitano Giola era entrato in azione. Le parole e il dialogo avevano convinto il 37enne a far entrare il militare nella casa ormai satura di gas che poteva saltare per aria. Come accaduto giovedì in via Lepanto, anche allora aveva colto l’attimo giusto per intervenire ed era riuscito a immobilizzare D.P.

Stavolta è toccato a Walter Mancini che domani, in carcere, assistito dagli avvocati Rossella Oppo e Rita Violante, affronterà l’interrogatorio di garanzia, dopo che il pubblico ministero Silvia Mascia ha chiesto la custodia cautelare.

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