Figurine Panini,  rito analogico più forte del web

La tradizione dell'album più ricercato d'Italia continua dopo 60 anni

Il pullman da Sassari arrivava verso le 15. Eravamo in tanti, ragazzini tra i 10 e i 13 anni ad aspettarlo come fosse Babbo Natale. Le bustine delle figurine calciatori Panini potevi comprarle solo in città e allora toccava aspettare quel pullman con gli studenti pendolari che la sera prima avevano ricevuto i soldi per acquistare quei piccoli tesori.  

A Thiesi come in chissà quanti altri paesi. C'era una folla ad attendere in quell'Italia degli anni Sessanta che stava dimenticando definitivamente la guerra, che viveva un clamoroso boom economico, che rinasceva. E chi lo sapeva che stavamo aspettando un mito. Sessanta anni dopo infatti il fascino delle figurine è rimasto immutato. Merito di mamma Olga, detta la Casereina (perché figlia di un casaro), vedova con otto figli che recuperò le seimila lire che servivano per comprare il chiosco edicola della piazza centrale di Modena.

Merito dei fratelli Panini che hanno un'intuizione geniale e capiscono che nell'Italia del pallone riprodurre quegli eroi in pantaloncini corti è un'idea vincente, scommettono sul fatto che si può fare impresa con un gioco intelligente come le figurine che regalano passione e spensieratezza. La storia della famiglia Panini racconta un pezzo dell'identità e della fantasia del nostro Paese, racconta l'Italia migliore quella che ha fiducia nelle proprie capacità, quella che ha la speranza di cambiare, l'orgoglio di provarci, quella che sa faticare e inventare.

È l'Italia della tv in bianco e nero, che si ritrova per vedere il festival di Sanremo e Rischiatutto, che scende per le strade quando passa il Giro d'Italia, che gira in 500 e in Vespa, che vuole dimenticare gli anni bui e riprendere a sorridere. Sono gli anni di Rivera e Mazzola, di Sivori e Riva. Nomi sentiti alla radio che adesso, grazie a quelle figurine hanno un volto, un colore. Sono facce da collezionare, preziose carte da scambiare, strumenti per una infinità di giochi, dal soffietto al “gradino”, dal saltaci sopra al ce l'ho mi manca.


Di quei tempi pionieristici si ricorda l'odore della coccoina che serviva per attaccare le figurine all'album, le Valide e le Bisvalide che servivano per chiedere i premi, la splendida rovesciata di Carlo Parola diventata immagine simbolo sulle bustine, la rarità di Pizzaballa o di quegli altri splendidi nomi come Martiradonna, Frustalupi, Dellomodarme che sembravano usciti da un film della Marvel. Ce le avevano tutti le figurine Panini, anche quelli che non giocavano a pallone, quelli che il calcio chi se ne frega. È diventato un fenomeno nazional popolare che ha coinvolto generazioni di ragazzi e trasformato l'edicola di Modena in una multinazionale.

Luigi Garlando, che ha raccontato la storia della famiglia Panini in un bel libro intitolato “L'album dei sogni” sostiene che se un marziano mi chiedesse come sono gli italiani io gli mostrerei un mazzetto di figurine. Walter Veltroni quando era direttore dell'Unità s'inventò la ristampa dei primi album Panini in omaggio col giornale. «Raggiungemmo il record di 300mila copie - racconta - alle 8 del mattino eravamo già esauriti e Gramsci, attento alla cultura popolare, sarebbe stato felice».

Passione popolare, informazione, gioco puro, le figurine si sono evolute, a metà degli anni Settanta sono diventate adesive, gli album sono sempre più ricchi e l'intuizione ha valicato le Alpi. Oggi si stampano in tutto il mondo, i ragazzini francesi non le chiamano figurine, ma semplicemente Paninì. Un fenomeno assoluto. Nella capacità delle figurine di resistere alla tecnologia crescente c'è qualcosa di stupefacente e poetico. La carta che batte il digitale, la figurina che oscura il mostro virtuale. Che soddisfazione. I fratelli Panini sono un po' come Walt Disney, padroni di un sogno, in un certo senso hanno lavorato per regalare serenità e gioia. Oggi i ragazzi di tutto il mondo mentre incollano la loro figurina sanno che quell'emozione ha origine in Italia.

Dicono che bisogna tenere vivo il bambino che è in noi. Io lo faccio con le figurine, provo le stesse emozioni di allora: il rumore delicato della bustina strappata, l'odore inconfondibile, l'effetto sorpresa della figurina trovata. Ce l'ho, ce l'ho. Anche quest'anno l'album non mi manca. E anche l'isolamento da Covid diventa più sopportabile.


 

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